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Bloc Party
A Weekend In The City
2007
Wichita/V2
di Andrea Bagnasco
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Dopo un esordio che ha ottenuto buon successo di critica e di pubblico, il secondo album è solitamente il più significativo per capire il valore di un artista o di una band. Non che sia facile produrre un primo ottimo disco. Assolutamente. Però molto più difficile è ripetersi o -meglio ancora - evolvere e migliorarsi. E proprio in questa seconda fase la cerchia dei grandi si assottiglia ancora. Un esempio. Dopo "Definitely Maybe", gli Oasis hanno prodotto "(What's The Story) Morning Glory?". E in quel momento si è capito che erano destinati a segnare la musica inglese e non solo inglese per diversi anni. Molti altri invece, senza fare nomi, sono i gruppi e gli artisti sui quali si sono (troppo) presto accese le luci e di cui - altrettanto presto - si sono perse le tracce. Nel caso dei Bloc Party, il secondo album, "A Weekend In The City", ci dice molto. Ma forse non proprio tutto. Innanzitutto, il quartetto londinese ha presentato un lavoro che denota una notevole evoluzione rispetto al precedente “Silent Alarm”, segno questo di coraggio e di autonomia creativa. Trovata una formula vincente, è infatti spesso più facile ripeterla all’infinito piuttosto che cercare una nuova, e migliore formula. E poi comunque, "A Weekend In The City", è un buon album. In cui convivono diversi registri, sia fra le diverse canzoni che all’interno dei singoli pezzi. Basta ascoltare la prima traccia, “Song For Clay (Disappear Here)”, inizialmente affidata alla sola morbida voce di Kele Okereke e poi quasi martellante nell’incalzante ritmo dettato dalla batteria e dai riff di chitarra. Oppure l’energica “Hunting For Witches” e accostarla poi alla lentissima e comunque riuscita “Srxt”. In questo contesto piuttosto variegato (anche a livello di testi e di contenuti, più o meno impegnati), in cui trovano spazio anche momenti un po’ più banali come il singolo “I Still Remember”, a fare la differenza è sempre la voce del leader Okereke, voce che riesce a cambiare in un attimo l’inerzia dei pezzi attraverso acuti improvvisi alternati a passaggi quasi sussurrati. Nonostante queste qualità però, per avere un ottimo album manca ancora qualcosa. Forse un pezzo che possa definirsi in due parole semplicemente splendido. Probabilmente anche il taglio di un paio di canzoni meno riuscite. Però una cosa è certa. Non siamo assolutamente di fronte ad una meteora. E aspettiamo il terzo album.
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31/07/2007 -
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