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Cresciuti musicalmente al fianco di Howe Gelb, come sezione ritmica dei Giant Sand, Joey Burns e John Convertino intorno alla metà degli anni Novanta hanno dato vita ai Calexico, un progetto, forse il più solido tra i tanti nati dalle costole dei Giant Sand, fortemente ispirato alla loro terra natale, Tucson, Arizona. Città circondata dal deserto e dalle montagne, dove l’afa e la polvere non danno tregua, ma dove soprattutto, come raccontano i due musicisti, <>. In posti come questi basta un niente. Basta annusare l’aria fusa dal caldo e appesantita da spezie incendiarie, basta alzare lo sguardo verso l’azzurro incandescente, basta versarsi un bicchierino un più di tequila e sprofondare nel silenzio senza tempo del deserto per scoprire che si è già dall’altra parte ed è impossibile tornare indietro come se nulla fosse stato. Eh sì, perché fatto quell’inconsapevole passo in più, oltrepassata quella linea che alcuni invano difendono ed altri attraversano senza sapere a cosa vanno incontro, si capisce che la Frontiera, in realtà, è un luogo che non esiste, un luogo immaginario dove tutto diventa labile, incerto e si confonde: la realtà con il sogno, il giorno con la notte, il passato con il futuro, il lecito con l’illecito, il sacro con il profano. Giunti al loro quarto album, con Feast Of Wire i Calexico continuano ad esplorare senza requie questo spazio immaginario e a raccontarlo musicalmente nell’unico modo possibile, contrabbandando cioè una miscela sonora in cui si mescolano folk-country made in Usa e ritmi da fiesta messicana, chitarre elettriche e trombe mariachi, psichedelia e fisarmoniche, ballate rock e spunti jazz da taverna, violini e impercettibili suggestioni elettroniche. Un sound raffinato, ben calibrato tra vena cantautorale e ricerca strumentale, profondamente venato da una nostalgia, quella più autentica, rivolta ad un passato e a un luogo che non sono mai esistiti e per questo dunque tutta proiettata verso il futuro.
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