|
BENVENUTO SU EXTRA! MUSIC MAGAZINE - La prima rivista musicale on line, articoli, recensioni, programmazione, musicale, eventi, rock, jazz, musica live
|
|
|
|
|
|
The White Stripes
Icky Thump
2007
Warner Brothers
di Andrea Belcastro
|
|
E’ passato un anno dalle notti mondiali, quando imperversava lungo tutto lo stivale italiano e soprattutto nelle lande germaniche il famoso “popopopo” cioè quel canto ormai elevato ad inno di un intero popolo in festa. E per i pochi che non lo sapessero, si tratta di un coro ricavato dal riff di Seven Nation Army dei White Stripes, canzone che fu anche un discreto successo discografico un po’ di tempo fa. Lo stesso compositore della famosa melodia Jack White, ammise senza alcuna remora che questo improvviso successo lo rendeva orgoglioso; e quindi vista col senno di poi, non pare difficile immaginare che tale ritorno allo spirito più prettamente popolare della musica non sia in qualche modo finito per segnare l’ultima opera del singolare duo rock, visti i continui richiami a tradizioni come il country o il blues che, appunto, spesso fanno capolino nei solchi dell’album che ci apprestiamo ad analizzare.
Si inzia forte con il potente riff della title track che riporta alla mente l’hard rock dei Led Zeppelin, nonostante gli assoli di tastiera (suonati ovviamente da Jack) strizzino l’occhio alla psichedelica. E le coordinate restano legate a questo revival anche nella successiva You Don't Know What Love Is, seguite dalla fragile melodia ricamata su un dobro di 300 M.P.H. corredata da geniali ruggiti noise della chitarra di Jack White; e fin qui la sensazione è che si proceda in maniera quasi ordinaria ed ecco allora che la sorpresa è dietro l’angolo e risponde al nome di Conquest un proto hard rock da sagra paesana con le trombe che si intrecciano ai fraseggi elettrici delle chitarre. Forse non propriamente un grande pezzo (ma il giudizio potrebbe cambiare a seconda dell’ascoltatore) ma certamente qualcosa che colpisce nel segno. Cosa che fa anche la cornamusa di Prickly Thorn, But Sweetly Worn proprio per quel riallacciarsi alle tradizioni prettamente popolari di cui parlavamo prima, che è davvero l’elemento più significativo di questo sesto lavoro del duo di Detroit. Allacciata a Prickly Thorn c’è una simpatica citazione della coda di Baba O’Riley degli Who cantata da Meg, ma non è altro che un riempitivo.
Bone Broke, Little Cream, Rag & Bone e I’m Slowly Turning Into You non è la lista della spesa, ma sono i brani meno innovativi e standardizzati verso un rock di tipo classico tanto che Bone Broke la si potrebbe tranquillamente inserire nella track-list di Let It Bleed degli Stones senza notare alcuna differenza stilistica. Che sia un bene ci pare leggermente difficile, ma indubbiamente siamo di fronte a canzoni piacevoli che restano fedeli alla linea delle sporche registrazioni analogiche (nel caso specifico effettuate in un celebre studio di Nashville, anche quest’ultima ennesimo richiamo alle tradizioni popolari della musica). Chiudono l’album lo splendido lavoro alla slide guitar della genuina Cath Hell Blues e un ennesimo omaggio alla tradizione rurale di Effect & Cause che però melodicamente ricorda un po’ troppo Honky Tonk Women di Jagger e Richards, e che suggella il disco forse più maturo del duo americano, nonostante lasci l’amaro in bocca per il non aver avuto il coraggio di seguire fino in fondo la strada delle contaminazioni folk. Quel che resta è un piacevolissimo album (senza picchi né cadute vistose) il che tutto sommato non è neanche poco.
|
|
27/07/2007 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|
|
|
|
|
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|