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The National
Boxer
2007
Beggars Banquet
di Mauro D'Alonzo
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C’è voluto un po’ di tempo prima della definitiva consacrazione, ma finalmente per i National è giunta l’ora di raccogliere i frutti di un lungo lavoro iniziato alla fine degli anni ’90 e culminato nella compiutezza delle dodici tracce di “Boxer”. Originaria dell’Ohio, la band annovera una curiosa line-up nelle cui file militano due coppie di fratelli (Scott e Bryan Devendorf, rispettivamente chitarra e batteria, e Aaron e Bryce Dessner, basso e chitarra) ed il cantante Matt Berninger. “Boxer” è la quarta tappa di un itinerario iniziato sui palchi di New York e caratterizzato da un tessuto musicale cucito cammin facendo senza smarrire alcuni paletti essenziali. Che poi scaturiscono dalle intuizioni e dagli umori del vocalist, autore spesso sbrigativamente accostato alla poetica malinconica di Ian Curtis mentre le sue liriche scavalcano volentieri il recinto asfittico della new wave. Sarà forse per questo paragone decisamente corrivo che il nuovo disco si apre con un vivace intreccio di chitarra e basso sostenuto da una certa animosità (“Fake Empire”). Certo le liriche dei National – tutte, è bene sottolinearlo, a firma plurima – sono popolate di tanti fantasmi e parlano soprattutto di sconfitte e di vite sospese sul filo dei rimpianti. Uno stile in bilico tra Leonard Cohen e i versi più umbratili di Nick Cave, chiamato in causa pure dal peculiare timbro baritonale di Berninger. Non mancano poderosi riff di chitarra ed è inevitabile l’allusione ai Joy Division e ai loro recenti emuli in un brano come “Mistaken For Strangers”. Impressione corroborata dall’incisiva batteria di Bryan Devendorf, che a più riprese si rivela un autentico mattatore. Ma la posta in gioco è più alta e chi segue i National sin dall’opera prima (“The National”, 2001) sa che le scommesse di Matt Berninger sono sempre molto ambiziose. C’è la disarmante linearità di “Brainy”, il dinamismo di “Guest Room” e l’arrangiamento di “Squalor Victoria” che si avvale della preziosa partecipazione di Padma Newsome dei Clogs (un altro ospite illustre è Sufjan Stevens al piano). E c’è un epilogo da brividi grazie alla soffusa “Ada” e all’incantevole “Gospel”, che fa venire in mente i padri nobili del cantautorato statunitense. In definitiva “Boxer” è la pronta confutazione della tesi che vuole la band relegata nell’alveo del rock anglosassone ed è costruito su delle trame che ammiccano di buon grado al country e al chamber pop. Su tutto si staglia un’arte compositiva sincera e profonda, che risplende tanto negli episodi più scarni quanto nei pezzi più ricchi di orchestrazioni. Di questo passo, i National sono destinati ad essere ricordati a lungo e con loro dovranno fare i conti tante giovani leve che in futuro vorranno affacciarsi sulla scena indie.
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26/07/2007 -
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