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“Good evening Dublin”. Passano gli anni ma la voce di Bruce Springsteen resta sempre un tumulto, un invito caloroso a partecipare, a non mancare l’appuntamento, un concentrato di suggestione rock che non sa mentire. Live In Dublin è il suggello finale di un tour che era iniziato nella primavera del 2006 in Europa (con una serata memorabile a Milano il 12 maggio) per poi attraversare gli States e tornare ancora nel vecchio continente lo scorso autunno (con addirittura 7 concerti in Italia) e chiudersi appunto al Point di Dublino con tre sere sold out dalle quali è stato tratto il materiale audio e video per questo Live. La voce del Boss questa volta ha un sapore che sa di mille vecchie storie, le voci di Bruce arrivano da più lontano del solito, portandosi appresso quella dell’amico Pete Seeger dal cui repertorio denso di traditionals era nato lo spunto per quel We shall overcome - The Pete Seeger Sessions, col quale Springsteen si era divertito a recuperare a modo suo alcuni classici del folk americano, ri-arrangiati con una band di 17 elementi nelle più disparate salse della tradizione popolare made in USA. La stessa band che ha diviso il palco durante il tour e anche in questo Live in Dublin, dando ampio respiro alla suddetta voce, alle suddette voci rileggendo un vero e proprio romanzo di musica folk. Sensazioni forti che in questo doppio cd (con un imperdibile dvd nella versione limited che riporta in video tutte e 23 le esecuzioni del doppio disco) provano a farsi sentire, seppure con l’arduo confronto da sostenere con l’esperienza live di un concerto di Bruce, sempre difficile (se non impossibile) da rivivere tra le mura domestiche. E’ poi vero che molti fans hanno criticato un suono che “non esplode”, non avvolge come avrebbe dovuto, forse anche per qualche pecca nel missaggio e magari per qualche limatura di troppo in studio. O ancora segnalano inorriditi qualche importante defezione rispetto al repertorio del tour: una per tutte, improponibile decidere di non inserire John Henry uno dei pezzi chiave delle Seeger Sessions, nel disco e in tutti i concerti. Tanto vale lasciarsi andare e provare a prendere l’abbondanza e il sudore che comunque non mancano. A provarci si ci trova a tu per tu, stomaco a stomaco con la presenza vocale, maiuscola del Boss: strofa per strofa, nota per nota, eccolo il cantato inconfondibile del piccolo/grande uomo del New Jersey. Inutile dire che al di là del grande lavoro dell’orchestra “folk”, l’impronta del timbro, dell’inflessione, talvolta anche solo del respiro, della gola raschiata o del vocalizzo nasale di uno Springsteen mai domo alla soglia dei 58 anni, provocano come per effetto naturale quel tumulto di cui si diceva all’inizio. A farla da padrone sono inevitabilmente i pezzi delle Pete Seeger Sessions, come la trascinante cavalcata del bandito Jesse James, il country spruzzato di bluegrass di Old Dan Tucker, la ballad sui diritti umani di Eyes On The Prize e il sospiro noir di Erie Canal. E ancora senza sosta, gli accenti spiritual e gospel di Jacob’s Ladder e O Mary Don’t You Weep, quest’ultima così rivista da Springsteen rispetto alla versione di Seeger da diventare un vero e proprio pezzo a sua firma, e ancora il ritmo da vecchia locanda di Pay Me My Money Down. Senza tralasciare quel pizzico di Irlanda vivissimo nell’antica ballata Mrs Mcgrath che risale addirittura al diciannovesimo secolo e nel riadattamento di Further On Up The Road, pezzo scritto dal Boss e pubblicato sul The Rising nel 2002. Ecco, nel corso e nel farsi del tour la nota più sorprendente è stato vedere come molti pezzi suonati e incisi nel corso di trent’anni, da solo o con la E Street band siano stati poi rivestiti con arrangiamenti folk per l’occasione di questo giro di concerti, trovando (o ritrovando) una nuova luminosa vitalità . L’apertura di Atlantic City è emblematica: 25 anni dopo Nebraska, questo racconto di crimine e disperazione sulla east coast americana, cambia aspetto, sorretto da banjo e sezione fiati con un piglio da vecchio west e un contagioso chorus finale, estrema sintesi tra impronta springsteeniana e radice popolare. Ma non è l’unico brano del repertorio storico di Springsteen ad essere “rivisitato”: se Highway Patrolman (ancora da Nebraska) mantiene l’andamento originale pur con robusti inserti di slide steel guitar, If I Should Fall Behind diventa un coraggiosissimo valzer con tanto di la la la da cantare col pubblico. Long Time Coming aveva già in sé una bella matrice folk/rock su Devils And Dust mentre Growin’ Up e Blinded By The Light, che risalgono addirittura al primo disco in studio di Springsteen del 1973, cambiano decisamente colore. La prima diventa una melodia bella e avvincente che sa tanto di omaggio alle più belle ballate dylaniane, con un epico inciso suonato a due voci dai violini, mentre Blinded si riscopre in tonalità minore, con un curioso tempo in levare lontanissimo dall’incedere dell’originale. La brass & strings band del Boss mostra tutti i suoi colori nel nuovo arrangiamento di Open All Night, dove trovano aria tutte le sfumature possibili: l’intro boogie di piano, le preziose curvature degli archi, i siparietti delle voci femminili prima e quelle maschili della sezione fiati poi, in salsa da improvvisazione jazz; la voce graffiata dello Springsteen più ruvido e poi fiati e orchestra intera a dettare un tempo a metà tra lo shuffle e lo swing. Non è un caso che Bruce abbia parlato spesso di New Orleans durante gli shows di questo tour, perché c’è l’anima cosmopolita della città del Mardi Gras che aleggia su tutto lo show, divertente e divertita: rock’n’roll, folk, jazz, soul, rythm’n’blues, ma anche zydeco nelle venature blues, e cajun dell’impasto di fisarmonica e violino. La città della Louisiana è poi protagonista in How Can A Poor Man Stand Such Times And Live, vecchio pezzo degli anni ’60 già suonato anche da Ry Cooder e di cui il Boss ha riscritto le ultime tre strofe dedicandola alla città travolta e messa in ginocchio dall’uragano Katrina; e indirettamente anche in Oklahoma Home, dove il racconto ambientato durante la great depression, con le sue polveri e la sua malinconica ironia diventa facile metafora per la tragedia di New Orleans. Prima del grande finale affidato ai ritmi travolgenti di This Little Light Of Mine ancora dalla tinta gospel, e dalla irlandesissima American Land in salsa Pogues (e sfido chiunque a casa a tenere i piedi fermi), forse il momento più toccante di tutto il live: When The Saints Go Marching In. E chi si aspettava una versione coloratissima e fragorosa un po’ alla Armstrong, si ritrova di fronte invece un canto quasi sussurrato, accompagnato da una flebile chitarra. Un canto magico, suggestivo, durante il quale Bruce si alterna al microfono con altri componenti della band quasi in un rituale che sa di storie antiche, dimenticate. Così When The Saints torna ad essere quello che era al principio, un canto di schiavi neri, che costretti nella stiva delle navi, cantavano a bassa voce per non farsi sentire, le loro preghiere, le loro speranze. Tra i bonus (sia audio che video) una Love Of The Common People da noi conosciuta nella versione non memorabile di Paul Young degli anni ’80, rifatta dalla Sessions Band a saltellante tempo di reggae, e la conclusiva We Shall Overcome, omaggio ultimo alla canzone folk di protesta e a quel Pete Seeger che nei ’60 ne cantò una versione indimenticabile per sole voci. Nel canto popolare di Springsteen, nell’incedere della sua orchestra folk c’è ancora tutta la sua voce, le sue voci e le voci vibranti di una tradizione che ha abbastanza fiato per continuare a raccontare un vecchio romanzo americano.
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