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Feist
The Reminder
2007
Cherry Tree/Interscope
di Mauro D'Alonzo
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Quando ha iniziato a progettare il nuovo disco, Leslie Feist deve aver pensato che non c’era bisogno di rimettere tutto in discussione. “Let It Die” ha rappresentato un piccolo caso per un nome coccolato solo dai forzati dell’indie pop: mezzo milione di copie vendute e l’onore, se così di può dire, di vedere un proprio brano assurto al rango di jingle pubblicitario. Così i tredici brani di “The Reminder” sono stati concepiti all’insegna di una sana filosofia conservatrice e non abbandonano quel solco che ha lanciato la canadese tra le stesse del cantautorato in gonnella. Sin dall’esordio di otto anni fa passato praticamente inosservato, la musica di Leslie Feist si è sempre comportata come un pendolo perennemente oscillante. Ascoltare i suoi pezzi e osservarla mentre la sua esile silhouette si destreggia dal vivo danno l’idea di un artista capace, anche nell’arco di un unico brano, di sprigionare più umori, spesso di segno diverso. Se lo ricorda bene il pubblico italiano, e in particolare quello romano che ha avuto modo di apprezzarla ad un affollatissimo Circolo degli Artisti nell’aprile del 2005. Ogni serata del tour di “Let It Die” era caratterizzata da una gustosa parentesi che la ninfa canadese ritagliava esclusivamente per sé e per il pubblico: la band relegata ai margini del palco, eseguiva un medley di tre brani e, accompagnata dalla chitarra e da una loopstation talvolta usata goffamente, regalava un collage di suoni e ritmi, sottofondo ideale per i suoi acuti intrisi di malinconia e rabbia. “The Reminder” non rinuncia a questo credo ed evita di appiattirsi su un solo registro inerpicandosi su dei saliscendi che ospitano tanto l’affresco folk quanto l’accelerazione rock. “So Sorry” apre all’insegna di delicati arpeggi e di singulti soffiati da un filo di voce, ma già la bellissima “My Moon My Dance” sterza vigorosamente verso un timbro più percussivo e accelerato. Tra accenni country e brevi spruzzate elettroniche, il lirismo di Feist riesce, con impareggiabile disinvoltura, a tradursi in una soffice ballata (l’imperdibile “The Limit To Your Love”), in un divertissement che sembra una filastrocca (“One Two Three Four”) e in un bozzetto aggrappato alle scarne atmosfere di un piano e di una voce (“The Park”). Tre anni di gestazione hanno sfornato tredici brani per lunghi tratti incantevoli ed ispirati, attraversati da armonie cesellate senza eccessi e da progressioni che sferzano il torpore dei momenti più riflessivi. Si sarebbe tentati di fare dei paragoni, ma il bello con Feist è proprio l’impossibilità di accostarla ad alcuna delle sue colleghe, blasonate e non: taluni fraseggi ricordano il passo cadenzato di Joni Mitchell, ma lo stile di Feist è più sfrondato e nichilista rispetto alle aperture della Signora del Canyon; il gusto melodico sembra in grado di intercettare le orbite di Beth Orton, ma il parallelo regge solo se ci si rapporta all’essenzialità di “Comfort Of Strangers”. Chissà se il botto di due anni fa avrà un bis e se “The Reminder” attecchirà nei gusti del grande pubblico. Certo “Let It Die” era trainato da un’inconfondibile cover (“Inside And Out”) e conteneva almeno un episodio (“Mushaboom”) dalle potenzialità di hit single. Qui di cover ce n’è una (“Sealion”), ma forse manca il tema in grado di scardinare l’alta classifica. Ciò non toglie che siamo di fronte ad un’opera matura e completa, ad una spanna dalla perfezione e destinata a rinverdire quel giardino delle interpreti femminili ultimamente un po’ appassito proprio per la mancanza di figure alla Leslie Feist.
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16/07/2007 -
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