|
Lasciate da parte ballate rock più o meno sognanti, Josh Homme e compagni tornano a picchiare duro su questo nuovo album dei Queens Of The Stone Age. D’altronde non c’era un approccio molto diverso da scegliere per un disco che si intitola “Era Vulgaris” e che spara a zero contro la società occidentale, contro un mondo che è solo apparire, che è solo possedere, esibire, manipolare, fottere, rubare e far sembrare. L’esordio è riservato alle note quanto mai ossessive e tambureggianti di “Turning On The Screw” e di “Sick Sick Sick”. Segue “I’m Designer” un brano che - pur nel frastuono selvaggio delle chitarre elettriche - conserva il ricordo di qualche linea melodica nel refrain. Anche “Into The Hollow” è un pezzo che bastona, ma nella sezione vocale mantiene delle sembianze armoniche, tutto il contrario di “Misfit Love”, una ballata acida e oscura, dai forti richiami psichedelici, un brano che la dice lunga sul repertorio di amarezza e di disillusione che governa attualmente la fase compositiva della band. Su “Battery Acid” non c’è spazio alcuno per amenità intime o riflessioni profonde, perché le chitarre spingono come martelli pneumatici, perché la sezione ritmica è serrata ed imponente, a testimonianza di quanto e come e i Q.O.T.S.A. siano ormai i signori incontrastati del rock alternativo, metallico e dissonante, acido e sgraziato. Merita un discorso diverso “Make It Wit Chu”, una ballata gradevole, davvero l’unica, illuminata dal riff gustoso di una chitarra solista. Si riprende con l’hard rock elettrico di “3’s & 7’s”, ma il vero capolavoro dell’album è il brano subito successivo, quella “Suture Up Your Future”, inquieta ed incalzante, densa di atmosfera, che carica di elettricità chi ascolta, che riversa malessere e disamore in quantità industriali sulle nostre menti malate. Caos organizzato e un vociare confuso e distante introducono “River In The Road”, cantare sembra quasi una fatica di cui si farebbe volentieri a meno, ma si deve, come testimonianza finale, forse l’ultima. Su “Run Pig Run” si scatenano rabbia antagonista e vigore iconoclasta , elementi presenti in natura nelle viscere di Josh Homme e degli altri musicisti “desertici”: un diluvio di chitarre distorte indicano la via, guidano gli insulti sonori indirizzati al “maiale” appena identificato, lo colpiscono negli organi vitali, non lasciano scampo! Che furore! Un simile elogio della dissonanza è degna di un pezzo dei Sonic Youth! Si chiude con le note appena accennate e con il canto sofferto, un lamento vero e proprio direi, di “Running Joke”, la ballata che chiude l’album che si sviluppa poi in un crescendo davvero mirabile fatto di suoni acustici elettrificati e di amaro sarcasmo.
|