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Rufus Wainwright gode di un invidiabile credito tra pubblico, critica e colleghi – Elton John è arrivato ad includerlo tra i più grandi compositori in attività – ma qualche rilievo ogni tanto gli è stato mosso. In particolare gli è stata spesso rimproverata una tendenza all’eccesso calligrafico ed ad inflazionare lo spartito con orpelli ridondanti e un po’ sopra le righe. Perciò la decisione di farsi assistere alla produzione del nuovo disco da Neil Tennant fu salutata con favore. Si sperava che, con l’aiuto della colonna dei Pet Shop Boys, il figlio d’arte - padre e madre sono rispettivamente Loudon Wainwright III e Kate McGarrigle – sarebbe riuscito a incanalare il suo straripante talento entro i binari di un pop più sobrio senza per questo rinunciare alla canonica verve melodica. In effetti, terminato l’ascolto di “Release The Stars”, l’impressione dominante è che le tinte melodrammatiche siano state usate più prudentemente optando per una scrittura più asciutta ed essenziale. I consigli di Tennant hanno raggiunto il loro scopo, evitando di snaturare l’anima di Rufus con quelle pulsioni elettroniche che hanno sempre contraddistinto il sound del duo del Regno Unito. Il successore di “Want Two” non rinnega del tutto il passato, come dimostra la scintillante tenaglia stretta dai brani di apertura e chiusura, “Do I Disappoint You” e “Release The Stars”, due cavalcate dall’impronta sinfonica nelle quali rifulgono gli archi della London Session Orchestra. Per non parlare del fatto che una delle figure fondamentali nella maturazione artistica di Wainwright, Marius De Vries, è stato confermato dietro alla consolle dopo essersi brillantemente destreggiato alle prese con le orchestrazioni di “Life In Slow Motion” di David Gray. Le correzioni si avvertono maggiormente in “Going To A Town”, che ha il gusto di una ballata d’antan, e nei tormenti di “Nobody’s Off The Hook” e “I’m Not Ready For Love”, per i quali gli arrangiamenti sofisticati fanno posto all’esile binomio piano-voce. “Release The Stars” è stato registrato tra Londra e Berlino, città, quest’ultima, cui rende un sentito omaggio la celebrazione dei giardini di “Tiergarten”. Nutrito l’elenco degli ospiti: oltre alla mamma, la sorella Martha (di cui si ricorda l’ottimo “Martha Wainwright”), Richard e Teddy Thompson, Joan Wasser (meglio nota come Joan As Police Woman), John Medeski, Smokey Hormel e l’attrice Siân Phillips. Come Antony, Rufus Wainwright ama circondarsi di tanti amici e collaboratori i quali, contrariamente a tanti sodalizi estemporanei così diffusi al giorno d’oggi, offrono il loro contributo in un amalgama perfetto. Cosa manca, allora, a “Release The Stars”? Cosa marca la differenza rispetto ad un incontestabile capolavoro come “Poses” o rispetto alla caterva di gioielli esibiti da “Want One” e “Want Two”? Un pizzico di imprevedibilità, la stessa che ha trasformato un brano come “Greek Boy” in un’edizione moderna del sirtaki o la genialità che ha fatto virare “Oh What A World” in un torrido bolero. Pur riuscendo a scantonare il bieco autocompiacimento, talvolta Rufus si fa prendere la mano e si rifugia in soluzioni che sanno di già sentito (evidente è la somiglianza tra la title track e “14th Street”). In definitiva, “Release The Stars” è un’opera ben messa a fuoco e ricca di spunti avvincenti, ma una spanna sotto i vertici toccati in passato. A tratti dà l’impressione di rappresentare la quadratura del cerchio, la chiusura di un ciclo colmo di successi che prelude ad una fase di transizione. Magari Rufus è già pronto a dedicarsi ad altro. Una possibilità gliel’ha già concessa Martin Scorsese, affidandogli un cameo in “The Aviator” ove, nelle vesti di un cantante di night club, interpretava “Stairway To Paradise” di George Gershwin. Inoltre è nota la sua ambizione di scrivere un musical da cima a fondo. Forse il palcoscenico può fargli ritrovare quella spregiudicatezza che ha parzialmente smarrito. E aiutarlo a ritrovare lo splendore che gli è valso gli elogi sperticati di Sir Elton.
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