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Lo scrivo subito senza tanti giri di parole perché non ci siano fraintendimenti di sorta: “Thirteen Cities” è un disco fuori dal comune. Di gran lunga superiore alla media. Dopo i tre incerti capitoli iniziali, il promettente “Post To Wire” (2004) ed il convincente “The Fitzgerald” (2005) stavolta, al sesto giro, Willy Vlautin e la sua banda hanno davvero preso il largo e realizzato quello che quantomeno è l’album di “Americana” dell’anno. ...Anche se poi il primo paragone che mi frulla in mente è quello con “The Good The Bad & The Queen”, pur con tutte le lampanti differenze. A prima vista, infatti, cos’hanno in comune i leader dei due “progetti”, il londinese con la puzza sotto al naso Damon Albarn e l’oregoniano che più alla mano non si può Willy Vlautin? Poco o nulla, eppure i loro sono due dischi che – entrambi - scrutano stati d’animo affini di melanconia, morbosità e finanche di purissima depressione, e raccontano storie che pur svolgendosi in regioni fisiche agli antipodi (la metropoli londinese e dintorni per i TGTB&TQ; un triangolo di immutevoli deserti e di sconfinate praterie tra Portland Oregon, Tucson Arizona e Laramie Wyoming per i Richmond Fontaine) alla fine ci conducono nel medesimo derelitto luogo della mente. E’ infatti una Londra post (o pre?) bomba quella narrata da Albarn e sodali – accomunabile alla spettrale “Ghost Town” (1981) degli Specials - dove una guerra è scoppiata o sta per scoppiare e le antiche certezze sono ormai infrante; non diversa dalle 13 città riferite da Vlautin, che ricordano da vicino le celebri, mitologiche città fantasma degli ormai abbandonati paesini del West. Ma concentriamoci su “Thirteen Cities”, album registrato – a differenza dei precedenti dei RF – “fuori casa”, a Tucson, Arizona, negli studi di Howe Gelb, e sul cui esito ha inciso non poco il piccolo aiuto che i Richmond Fontaine hanno ricevuto, oltre che dal consueto affidabile produttore J.D. Foster e da Gelb stesso, da una schiera di nuovi amici del luogo: in primis da Joey Burns e John Convertino dei Calexico, decisivi per alcune coloriture più sofisticate e “desertiche” e, in alcuni casi, per una inedita (per i RF) infusione di atmosfere tex-mex. Ma è sul piano dei testi che Willy Vlautin fa un mostruoso balzo in avanti rispetto al passato. Vlautin, che nella vita fa anche lo scrittore (il suo ultimo romanzo “Motel Life” è appena uscito per Harpers), è da sempre un grande osservatore di vite sprecate, ma stavolta si è superato: e “Thirteen Cities” può anche essere interpretato come una sorta di concept nel cui plot figura un marginalissimo “loser” americano che viaggia attraverso tredici città alla ricerca di un possibile riscatto che – ahimè – non troverà purtroppo mai. Se si segue questa linea, “Moving Back Home #2” è un magnifico inizio dolente, ove il depresso perdente di cui sopra ha fatto ritorno a casa della mamma dopo aver sbagliato parecchie cose nella vita: “Ora vivo di nuovo giù da mia madre / Torno a casa alle 4 del mattino / Lei si incavola a morte, deve andare a lavorare alle 6 / Ci mettiamo a litigare, così me ne esco di nuovo”, e via così, con il tipo che contempla il suicidio dal tetto di un garage, con un accompagnamento musicale morbido e non invadente, e una o due trombe (alla Specials?) che scandiscono i tempi più drammatici. E’ invece il pianoforte di Howe Gelb ad introdurre quello che sembra l’inizio di un flashback: l’escursione dei due amici di “$87 And A Guilty Conscience That Gets Worse The Longer I Go”, di ritorno da un incontro di boxe ad Albuquerque, un altro maestoso brano ultra-desertico impregnato di malinconia e dove si tocca quasi con mano la coscienza sporca del narratore di cui al titolo (che, per chiarire, è dovuta al fatto di non aver soccorso la vittima di un incidente d’auto). Meno riuscita – e quasi “spoken word” - è la lentissima “I Fell Into Painting Houses in Phoenix Arizona”, memorabile per lo sfogo finale del protagonista che, esasperato da lavori monotoni, gli unici che riesce a trovare, bisbiglia con la poca forza che gli è rimasta: “get me out of here...” Lo spirito si risolleva brevemente con il brillante strumentale à la Calexico “El Tiradito”, ma “Thirteen Cities” è il racconto di un povero cristo, e allora ecco “A Ghost I Became”, altra tragica e quasi impalpabile ballad dove il narratore ci dice come “Gli anni si iniziarono a confondere finché a stento riuscii a riconoscere la mia stessa faccia / … / Iniziai a fare sogni del deserto così reali da diventare un’ossessione...”. E’ arrivato il momento di mettersi in viaggio: i Richmond Fontaine reimbracciano basso chitarra e batteria e parte “Westward Ho”, uno dei pezzi forti del disco ancorato ad un’idea notevole: Vlautin che passa in rassegna gli strampalati nomi di tutti i motel visitati dal suo personaggio, “The Rancho and Sutro, the Time Zone / and don’t forget The Everybody’s Inn or the Monte Carlo...”, per concludere che: “la vita nei motel non è granché come vita, e un motel non è granché come casa / ma ho scoperto anni fa che neanche un appartamento lo è...” Niente da fare: la fuga non è servita, e il personaggio creato da Vlautin è sempre più alienato, come dimostrato nella ballad per chitarra acustica e piano “St.Ides, Parked Cars And Other People Homes”, dove osserva da estraneo il flusso della vita, “bevendo St.Ides, guardando le macchine parcheggiate, i giardini e le case degli altri...”. Segue l’atmosferica “The Kid From Belmont Street” contrassegnata dalle note elegiache della tromba del “guest” Jacob Valenzuela, in cui il narratore incontra per strada un ragazzino e lo invita a non commettere i suoi stessi errori: “...ma non sai cosa significhi / salire su una macchina / con delle persone che non conosci / è meglio che resti qui..” “Capsized” è un altro brano che ti fa restare a bocca aperta, un irresistibile pezzo alt-country con “full band” che ricorda il miglior Dan Stuart dei Green On Red e dei primi Danny & Dusty (quelli degli anni ’80; non certo quelli di adesso): ormai il “loser” dell’inizio è diventato un vero e proprio “drifter”, un vagabondo senza dimora fissa. “I drifted and I drifted ended up in Wyoming / I got so broke I sold my car”: è talmente a corto di soldi che si è dovuto vendere la macchina. Capiamo che gli manca la sua donna che ha frettolosamente abbandonato nella “fuga”: è ora di tornare, sulle note del romantico – benché sempre molto “desertico” – strumentale “The Ballad Of Dan Fanta” (forse proprio il nome del “loser” in questione). E’ seguito da uno “spoken word” non particolarmente incisivo, “The Disapperance Of Ray Norton”, altre storie di uomini e ragazzi senza futuro; poi il ritorno a casa dietro le quattro mura di “Four Walls”. Inizia desolata, piano e voce, poi piano piano si attiva la batteria e, proprio nel momento in cui il protagonista dice alla sua bella che d’ora in poi “we’ll just lay around and our hearts will sing like Mariachis”, arrivano tutti gli altri strumenti in una sorta di esplosione gioiosa. In fondo, riflette Vlautin, “tutto ciò di cui ho bisogno sono i miei libri ed un atlante...” Insomma, sembra (quasi) finita bene. Ma non è così. Perché poi c’è la coda – per piano e voce - “Lost In This World”. Ed è evidente che il protagonista non ce l’ha fatta, non ha resistito a lungo. “Ho fatto una nuova cavolata”, canta sommessamente Vlautin, “So a malapena dove mi trovo / Mi dispiace non averti chiamato da giorni / Forse non riuscirò mai a superare la faccenda di Wes e dell’ospedale / e ora non ho nemmeno i soldi dell’autobus per tornare a casa / mi sento perso in questo mondo...” Termina così, con le ultime tristi note di piano di Joey Burns, questa nuova imperdibile saga “Americana” di Willy Vlautin e dei Richmond Fontaine. E “Thirteen Cities” per il momento se la batte solo con i The Good The Bad & The Queen per il titolo di miglior album di pop/rock dell’anno tra quelli da ascoltare ad occhi chiusi e preferibilmente in cuffia. Per quanto mi riguarda, Vlautin batte Albarn per un’incollatura, ma è una bella lotta. E un salomonico ex-aequo è forse - per ora - la soluzione migliore.
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