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I Linkin Park sono cresciuti. E’ la prima cosa che vogliono farci sapere, anche nel booklet del loro ultimo cd Minutes To Midnight, in cui sottolineano il tempo e l’impegno che hanno messo in più in questo album rispetto ai precedenti. Ed in effetti si sente, non lo si può negare. Il risultato ad un primo ascolto manca parzialmente dell’impatto e della genuinità di un esordio come Hybrid Theory, ma ci sa abbondantemente ripagare con dodici canzoni prodotte con cura ed intelligenza, ricche di suoni, arrangiamenti, effetti calcolati minuziosamente, con un andamento che sa giostrarsi abilmente tra metal e (poco) rap, e che si permette di indugiare in classiche rock ballads pur senza farsi mancare punte di inaspettata sperimentazione. Lontani anche dalla fase di transizione che caratterizzava il loro secondo album Meteora, siamo qui di fronte ad un prodotto sicuramente meno adolescenziale, e per questo i fans più grezzi potranno storcere il naso, ma la maturità che ne emerge ha la potenzialità di raggiungere tanto il pubblico commerciale quanto l’ascoltatore più raffinato, purché sia sufficientemente aperto di vedute da avvicinarsi senza pregiudizi ad una band che troppo spesso è stata ingiustamente ridotta a mero fenomeno giovanilistico. Minutes To Midnight si apre con un intro strumentale, Wake, che ci conduce in crescendo tra le atmosfere più soft ed eteree dell’album per poi lasciarci subito in pasto alla violenta e crudele Given Up, capace di spaccare le casse se ascoltata al volume adeguato. Per contrasto incalza subito dopo Leave Out All The Rest, il lento per eccellenza, classicamente melodico che ci addolcisce fino all’energica ed aspra Bleed It Out, in cui le strofe rappeggianti fanno la loro prima comparsa, accompagnate come di consueto dalla voce di Mike Shinoda. Shadow Of The Day ha un andamento strumentale che richiama With Or Without You degli U2 e ci sorprende per la forza melodica della lirica. E’ poi la volta del primo singolo, What I’ve Done, forse il pezzo con meno personalità, ma anche quello con il più evidente marchio LP; seguita da Hands Held High, in cui si ritorna sulla strofa rap, questa volta molto soft, accompagnata da cori che contribuiscono ad arricchire l’atmosfera. In No More Sorrow ritroviamo tutta la potenza metal dei brani più cattivi dei Linkin Park, e in Valentine’s Day ci lasciamo andare ad un piacevole rock di stampo più classico. Sicuramente degna di nota è In Between, un lento sperimentale in cui la lirica melodica è insolitamente cantata da Mike Shinoda, particolare come andamento e capace di catturare se non addirittura di ipnotizzare, pur non essendo adatta a tutti i palati. Segue la bellissima In Pieces, che è energizzata sul finale da un originale assolo di chitarra e che ci accompagna fino all’ultimo pezzo, The Little Things Give You Away, probabilmente la traccia più interessante del cd. L’inizio ha atmosfere in cui l’ascoltatore più attento potrà addirittura cogliere frammenti dei primissimi Coldplay, poi la canzone si lancia, accompagnata da una batteria ricercatissima e fortemente caratterizzante, in un crescendo che arriva a sfiorare il prog, passando per un assolo preciso, che va dritto al cuore, semplice ma ricco di gusto, che ha il sapore di una liberazione, di un librarsi in volo, e che con poche note ricorda il Petrucci dei momenti migliori e la grande scuola di Satriani. Minutes To Midnight nel complesso supera brillantemente la prova del terzo disco, con un lavoro maturo che distacca nettamente la band dal confuso panorama nu metal da cui era sorta. Mike Shinoda si conferma la mente principale del gruppo, affiancando Rick Rubin nella curatissima produzione dell’album, mentre Chester Bennington continua a fornire il suo preziosissimo contributo nei cantati più melodici. Sembrano cresciuti anche gli altri musicisti, principalmente il batterista Scott Belsha, con i suoi preziosismi sui “ride”, e il chitarrista Brad Delson, capace di raffinatezze assenti nei precedenti lavori. Questo significa che dopo la mezzanotte possiamo aspettarci ancora qualcosa.
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