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Dave Alvin è uno di quei rocker che si muovono con tempra quasi scolastica sui solchi di una tradizione americana rock, blues e folky ben consolidata e nota, ma riesce a districarsi con una personalità e un piglio tali da dare costantemente l’impressione che quei solchi e quelle orme siano decisamente i suoi propri solchi, le sue proprie orme. Live From Austin, Texas è un disco live uscito adesso per la New West Records nella collana Austin City Limits, ma la registrazione che vi è riportata risale al 29 gennaio 1999, durante il tour che fece seguito all’uscita dell’album di Alvin Blackjack David, e fotografa un bel po’ di scatti tratti dagli svariati capitoli della carriera solista del rocker californiano. Già nei Blasters, la band che aveva formato e fondato col fratello Phil e che seminò un discreto panico nel corso degli anni ’80, Dave Alvin aveva dato prova di una sapiente scrittura, sempre lucida e mai sopra le righe, un rock blues capace di raccontare con poche ma decise pennellate scenari di un west america non sempre così luccicante come sembra. Le produzioni soliste dalla fine degli ’80 fino ai giorni nostri ne hanno affinato una scrittura senza fronzoli, che ha finito per conquistare estimatori anche tra i grandi del rock made in USA, e per farlo definire una specie di classico, addirittura una versione rock di John Steinbeck. Nel Live From Austin la musica di Dave Alvin ha poche titubanze: l’avvio è King Of California (tratta dall’album omonimo del 1994), pizzicato da chitarra e mandolino e da un registro di voce quasi sommesso, un raccontare senza fronzoli, subito accorato da una ritmica quasi western, interpretata senza sbavature da Bobby Lloyd Hick alla batteria e Gregory Boaz al basso. Il rock blues si impadronisce della successiva Barn Burnin’ (anche questa da King Of California) con le chitarre elettriche di Rick Shea (che durante lo show suona anche la steel e il suddetto mandolino), e dello stesso Dave che cominciano a mettere le cose in chiaro, e una vibrante armonica a bocca suonata da Ted Roddy. Quando parte Mary Brown con l’incedere ancora in odore di deserto degli arpeggi di chitarre e una sinuosa pedal steel guitar, la caratura dei pezzi comincia a salire insieme al tono pittorico dei racconti: “Il mio nome è Charlie Thomas e sono un buon uomo quanto te”, fino a sfiorare l’epica da vecchio west “Io so cos’è giusto e cos’è sbagliato (…) ma non c’è niente che non farei per l’amore di Mary Brown”. Poi un'altra mezzanotte, “il suo uomo è ancora via / le notti si muovono troppo lente”, pochi tratti e una steel guitar che intreccia una fisarmonica: è Border Radio, brano storico di Alvin apparso su Romeo Escape del 1987, che mette sul piatto storie di confine, amori desolati, vite di frontiere, una calda melodia oltre il confine del Messico. A sentire l’intro di Out In California, con quel riff di chitarra elettrica blues quasi magistrale che si tuffa poi in un brano denso del pianoforte suonato da Joe Terry (sue anche le fisarmoniche), l’immancabile steel e un discreto coro sul ritornello, ti convinci che hai a che fare appunto con una partitura puntuale, fin troppo precisa. Come dire che se tutto fila liscio, molto spesso (forse troppo spesso) si ha l’impressione che una morbida patina tenda a lucidare troppo il suono complessivo, che quindi non svisa, non straripa quasi mai. Insomma, pregio e difetto allo stesso tempo. Certo, tralasciata la prescindibile e debole Dry River, il rock pop di Abilene denso di fuga e di speranza trae buon respiro proprio da una certa morbidezza di suono, con un suggestivo hammond finale. E lo stesso si potrà dire di Fourth Of July, sistemata quasi a chiusura del live, uno dei pezzi migliori nel repertorio ballads del chitarrista californiano: “Sui gradini mi fumo tutto solo una sigaretta / I ragazzi messicani, di sotto sparano i fuochi d’artificio, Oh piccola, è il 4 di luglio”; e ancora “sul lato perduto della città in uno scuro appartamento, abbiamo rinunciato a provarci tanto tempo fa”; e infine “asciugati le lacrime, piccola, e vai fuori di qua, è il quattro di luglio”. Come a dire quasi una struggente Indipendence Day per cuori spezzati. Dave Alvin ha il gran merito, e con lui tutta la sua band, di virare a proprio vantaggio quelli che potrebbero essere, e per certi versi lo sono, dei limiti, dei contorni non troppo brillanti. Così un tono un po’ monocorde nel timbro e nelle armonie, una poco dilatata versatilità di voce, improvvisamente appaiono come dei pregi. Non c’è mai la pretesa di strafare, di strabiliare con effetti speciali o con tripli salti mortali e all’ascolto tutto questo trasmette fiducia, una piacevole sicurezza. D’altronde, è vero che tra lui e i suoi musicisti si assommano tonnellate di mestiere a tessere la tela di tutta la performance, mestiere che serve a far salire e scendere il groove praticamente senza tema di smentita. Ci si ritrova così ad applaudire la grazia di un medley che ci porta da Jubilee Train (pezzo ai confini tra l’immagine da gospel del titolo e l’incedere folk, condito ancora da armonica a bocca) scritto da Alvin nel 1987, verso un classicissimo della musica di protesta americana, quella Do-re-mi di Woody Guthrie ben ri-arrangiata, fino al sound quasi boogie della Promised Land “chuckberryana”. Dopo la rivisitazione del traditional BlackJack David, che appunto titolava l’album del ’98 portato in giro nel ’99 con questo live, e la già citata Fourth Of July, il finale del disco, e forse del concerto, si accende e di parecchio a tutto rock’n‘roll, in odore di sud, di Louisiana, di West Cost e di tradizione rock, con l’infuocata Marie Marie. Tutti gli strumenti carichi e anche la voce che si lascia decisamente andare, danno un saggio delle potenzialità di un suono blues & rock a briglie sciolte. Insomma riponendo il disco sullo scaffale c’è di che essere soddisfatti, sia per i fans del Dave Alvin live che non tradisce la sua storia e il suo stile, sia per i neofiti che volessero scoprirlo con qualche anno di ritardo. Ci assicurano che l’entusiasmo di Alvin non è tramontato negli 8 anni trascorsi da questa registrazione pubblicata adesso dalla New West. Lo storyteller della California non è caduto nelle grinfie delle major e continua a suonare e incidere i dischi che gli piacciono. O ancora, per usare proprio le sue parole: “Non c’è nessun motivo per entrare a fare parte del “gioco”. Io suono già la musica che amo”.
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