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Travis
The Boy With No Name
2007
Independiente/Sony
di Andrea Belcastro
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Inizia con l’atmosfera soffusa e cullante di “3 Times And You Lose”, che in pochi minuti detta già le linee basi di tutta l’opera, l’ultimo lavoro dei Travis, cioè una delle band britanniche più controverse degli ultimi 10 anni capace di sfornare canzoni splendide, ma anche di tanti passaggi a vuoto e di una sensazione di non spiccare mai il salto di qualità definitivo, nonostante gli apprezzamenti siano molti e spesso di alta fattura. Vedi alla voce Coldplay e Chris Martin che recentemente ne ha dichiarato la fondamentale influenza verso il proprio gruppo. L’album, prodotto dal genio Nigel Godrich (coadiuvato eccezionalmente da Brian Eno), non fa altro che confermare a nostro avviso questa sensazione di ritrovarsi in uno strano limbo durante l’ascolto di un qualsiasi lavoro del gruppo di Fran Healy. Le canzoni navigano tutte sulla sufficienza ampia, e ci sono momenti melodici che non fanno rimpiangere il passato e anzi rinforzano anche le critiche positive come il primo singolo strappalacrime “Closer” (da ascoltare anche nella versione b-side acustica) e “Under The Moonlight” dal ritornello travolgente, ma le vaghezze e le canzoni stanche e non particolarmente frizzanti che ogni tanto fanno capolino all’ascolto frenano gli entusiasmi. Ad esempio “Eyes Wide Open” è assolutamente un pesce fuor d’acqua, nonostante il ritornello accattivante, di cui si poteva far anche a meno; così come la fiacca “Out In Space” che la si aspetta spiccare il volo senza che ciò accada mai. Roba che, insomma, sfigura sicuramente di fronte a brani dalla scrittura più raffinata o dall’arrangiamento più ricercato come “Battleship” o “Big Chair”. “My Eyes”, “Colder” e “New Amsterdam” incorniciano il resto del disco che secondo il leader della band è stato molto utile e terapeutico per farli uscire dall’estrema cupezza in cui erano caduti dall’uscita di "12 Memories" verso ampi spazi sereni , ed è un po’ questa la sensazione che l’album produce nell’ascoltatore. In fin dei conti la valutazione complessiva può anche essere positiva, anche perché i fan più adepti troveranno pane per i loro denti ed immense soddisfazioni in queste 13 tracce (compresa la piacevole “ghost track”), ma da questo gruppo, soprattutto grazie all’aiuto di Godrich, ci si aspetterebbe sempre qualcosa in più. Le potenzialità ci sono tutte, il fatto sta a saperle sfruttare a pieno magari strizzando meno l’occhio al mercato discografico e più alle proprie ambizioni artistiche e musicali. Chissà che forse così i risultati finali siano migliori. Del resto l’olimpo del pop(-rock?) i suoi portoni li lascia sempre aperti.
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24/06/2007 -
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