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La prima nota positiva è che la Voce c’è ancora. Messi alle spalle i mal di testa, i mesi di fisioterapia riabilitativa e la paura (il terrore?) di non essere più quello di prima dopo il terrificante incidente di moto che nel 2004 lo spedì quasi al Creatore, Marc Almond ritorna in pista con l’aiuto dei co-produttori Tris Penna e Marius De Vries per dar vita a questo album composto – tranne una canzone - interamente di covers, e che certifica che gli ultimi tre anni sono stati solo una (brutta) parentesi: quelle di Almond sono ancora tra le più possenti, vive e intense corde vocali che ci siano in giro, come e meglio che ai tempi di “Tainted Love” (1981). La seconda nota (più che) positiva è che “Stardom Road” contiene due piccole perle che entrano di diritto nel canone del “meglio” dell’ex-Soft Cell nonché ex-Marc & the Mambas. Si tratta di due canzoni che Almond fa riemergere dalle nebbie dei tardi anni sessanta e di cui si appropria alla grandissima: la prima, che richiama nel titolo il celebre “hit” “Bedsitter” dei Soft Cell, è “Bedsitter Images”, una stupenda ballata tratta dal primo album di Al Stewart – sì, proprio il sottovalutato autore di “Year Of The Cat” – con una linea melodica e un testo che paiono creati apposta per essere cantati da Marc: “But it's alright / while the lights / of the city shine so bright / It's all right / till the last winding train fades from sight / Then alone in my room / I must stay to lose or win / While these wild bedsitter images / come back to hem me in...” In fondo, un tipico tema almondiano: il protagonista che è appena arrivato nella Grande Città di cui è ancora (solo) alienato e malinconico spettatore. Ne è perfetta continuazione (“Bright lights, Soho, Wardour street / You hope you make friends with the guys that you meet”) la successiva “London Boys”, scritta da un David Bowie post-Mod e pre-Ziggy Stardust. Dal punto di vista dell’arrangiamento, Penna e De Vries si attengono abbastanza fedelmente all’originale. E’ piuttosto Almond che con la sua interpretazione porta il brano su un altro pianeta. Peraltro, se l’intenzione originale di Bowie era quella di descrivere – con un pizzico di nostalgia – la scena Mod londinese dei primi anni ’60, i “London Boys” dell’area di Soho narrati da Almond sembrano qualcosa di più molto sordido e – diciamo così – quasi “pasoliniano” (dei rent boys?)… Questo il meglio di “Stardom Road” (e non ricordavo di restare così folgorato da un brano di Marc Almond almeno dai tempi dei Marc & The Mambas); il resto è un ben bilanciato mix di lounge-pop, euro-disco e chansons francesi. Belli i due duetti (“I Close My Eyes And Count To Ten” con Sarah Cracknell dei Saint Etienne e “The Ballad Of The Sad Young Men” con Antony Hegarty di Antony & The Johnsons), anche se poco aggiungono alle due versioni ritenute “definitive”: quelle, rispettivamente, di Dusty Springfield e di Shirley Bassey. Niente male anche la riscoperta di “Stardom Road” dei poco noti Third World War e l’omaggio a Gene Pitney – che regalò ad Almond nel 1988 il suo più grande successo solista “Something’s Gotten Hold Of My Heart” - “Backstage (I Am Lonely)”, mentre le due cover dal repertorio di Bobby Darin (“Dream Lover” e “The Curtain Falls”) sono proprio come te le aspetti. Sull’altro piatto della bilancia invece troviamo l’assurda scelta della celeberrima “Strangers In The Night”, canzone che richiede un controllo e una tecnica che Sinatra (ad es.) possedeva a quintali ma Almond assolutamente no; da evitare anche “I Have Lived” dal repertorio del temibile Aznavour, una “Kitsch” in cui il Nostro ricade – come gli capita spesso – nella peggiore sguaiata eurodisco; una altrettanto insopportabile, smielata “Happy Heart” (da Petula Clark, il che è tutto un programma) e un insignificante brano originale, “Reedem Me”. Però, facendo bene i conti, come album di cover risulta migliore dei due precedenti di Almond, il deludente “Jacques” del 1989 dedicato a Brel, e l’orribile “Absinthe” (1993) incentrato sugli chansonnier francesi. E poi Marc Almond è ancora vivo e vegeto e vive a Londra; su questa base – e sulla base di due meraviglie come “Bedsitter Images” e “London Boys” – “Stardom Road” può essere legittimamente definito un semitrionfo.
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