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Talvolta è il marketing a fare la differenza. Di un cattivo marketing fece le spese Warren Zevon, il cantautore californiano morto nel 2003 di cancro ai polmoni ad appena 56 anni, che nel corso della carriera non riuscì mai a proiettare un’immagine di sé univoca e lineare; e per lungo tempo, il grande pubblico non riuscì a capire bene cosa si trovasse di fronte: un intenso cantautore delle colline di Hollywood, uno scatenato rocker alla Springsteen, un new waver alla Elvis Costello o, ancora, uno sprezzante burlone alla Weird Al Jankovic? Fu per questo motivo che – al di là della “sua” Los Angeles dove era ed è considerato uno straordinario fuoriclasse del pop / rock – nel resto del mondo l’occhialuto Zevon non poté mai godere di quella universale considerazione che è invece toccata a tanti suoi contemporanei anche meno talentuosi. L’errore, insomma, fu quello di presentarlo come un eclettico di difficile incasellabilità, quando, in realtà, andando al nocciolo della sua vera essenza, Warren Zevon fu – seppur anomalo – semplicemente uno dei grandi cantastorie losangelini degli anni ’70, all’altezza di Jackson Browne, di J.D. Souther, e finanche di Neil Young. Tutto ciò risulta ancora più evidente all’ascolto di questi “Preludes”, raccolta di 16 demo di Warren riportati alla luce dal figlio – nonché curatore della “legacy” – Jordan Zevon, dopo il ritrovamento di tre scatoloni contenente nastri (privi purtroppo di luoghi e date di incisione) mai resi pubblici dal padre. Depurate dalla produzione un po’ kitsch e (troppo) tesa al passaggio radiofonico che caratterizzava album come ad esempio “Excitable Boy” (1978), molte delle canzoni già note di “Preludes” – tutte comunque databili al periodo pre-1978 - risultano superiori per intensità e freschezza rispetto agli originali. E per certi versi, “Preludes” rappresenta una sorta di “Greatest Hits” alternativo in versione demo di Warren Zevon: sono presenti infatti tutti i brani basilari del suo secondo eponimo album del 1976 (che a sua volta è un imprescindibile classico di cantautorato losanngelino degli anni ’70) quali “Hasten Down The Wind” (per piano solo), “Join Me In L.A.”, “Carmelita”, “French Inhaler” (solo per chitarra), “Poor Poor Pitiful Me” (in una bellissima grezza versione quasi “garage”), e soprattutto la lirica, fatidica “Desperados Under The Eaves”, forse la miglior canzone mai scritta in assoluto da uno Zevon che descrive la vita di un outsider rinchiuso in un tristo “Hollywood hawaiian motel”, e con un finale che è la perfetta rappresentazione dello humour amaro che viene abitualmente associato all’autore: l’imitazione del suono del condizionatore d’aria del motel: “...mmmm...” Geniale (più ad ascoltarlo che a descriverlo a parole, ovviamente). E’ presente su “Preludes” anche il successivo “Excitable Boy”, con un’eccellente versione con band di “Accidentally Like A Martyr” e con una lettura più immediata e quasi reggata di quello che fu il più grande hit da classifica di Zevon, “Werevolves Of London”; è c’è anche la ripresa di “Tule’s Blues” - canzone dedicata a Tule, prima moglie di Warren e madre di Jordan - apparsa per la prima volta su “Wanted Dead Or Alive”, l’esordio folk di Zevon del 1969 di cui il cantautore in seguito parlò con disgusto. E ci sono poi i demo “unreleased”, 6 canzoni (quasi) tutte di qualità eccellente: in primis “Empty Hearted Town” per piano e voce, dedicata all’amata / odiata Los Angeles, “Steady Rain”, "Going All The Way,", "Stop Rainin Lord", "Rosarita Beach Cafè" e “Studebaker”. “Studebaker”, in particolare, non si capisce perché non abbia mai avuto una release ufficiale, trattandosi di una bellissima dolente ballata dal punto di vista di un loser di provincia che ha investito tutti i guadagni su una macchina (una Studebaker appunto) che non ne vuole sapere di funzionare: materiale alla Richmond Fontaine ante-litteram, per intenderci. Di grande interesse anche un CD2 contenente un’illuminante intervista a Warren Zevon risalente all’epoca dell’uscita di “Life’ll Kill Ya” (2000) intervallata da tre brani tratti da quel disco. Cinico, ambiguo, amaro, ma soprattutto arguto osservatore e divulgatore di storie: questo è stato Warren Zevon e questo evidenzia mirabilmente “Preludes”, album postumo che merita il posto d’onore a fianco dell’essenziale “Warren Zevon” del 1976 (un capolavoro che tutti dovrebbero possedere): un sentito plauso a Jordan Zevon per averci consentito di ascoltare e apprezzare queste cronache, perdute e fortunatamente ritrovate, da una Los Angeles che forse oggi non esiste più.
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