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Nel giorno in cui tutto il mondo celebra il 40° anniversario di “Sgt. Pepper”, mi diletto ad andare controcorrente e, grazie al destro datomi dai jerseyani Smithereens, dire due o tre cose su quello che è a mio parere il vero baluardo insuperato dell’opera dei quattro di Liverpool: “Meet The Beatles”. Un LP che i Beatles pubblicarono nel 1964 per il mercato americano - assemblando il meglio del primo album “Please Please Me”, del secondo “With The Beatles” e di diversi EP e 45 giri del periodo - e riguardo al quale, se ne fate menzione agli inglesi e agli europei in generale, riceverete perlopiù delle reazioni indifferenti e/o spaesate. Io stesso, peraltro, “Meet The Beatles” non l’ho davvero mai sentito nella tracklist originaria, pur conoscendone a memoria ciascun singolo brano. Ma per il pubblico americano, “Meet The Beatles” fu un vero Big Bang: fu il momento in cui i Beatles arrivarono per davvero negli States, spazzando via con la vitalità delle loro canzoni (nonché del loro carisma da Fab Four) la stucchevole scena musicale preesistente e incidendo prepotentemente, nel contempo, anche nella storia del Costume e nella più ampia Storia tout court. Oltretutto, da allora “Meet The Beatles” rappresenta la necessaria, indispensabile iniziazione per ogni ragazzo yankee che abbia l’ambizione di dare vita ad una rock and roll band. Suppongo che di una tale Rivelazione sia stato oggetto (a suo tempo) anche Pat DiNizio, leader della (ex)college-band del New Jersey The Smithereens che tanti gioiellini di power-pop – dalle chiare influenze “british invasion” - ci regalarono negli anni ’80. Oggi DiNizio, ricostituita la band dopo una fase solista poco fortunata, ha deciso di rendere omaggio a questa Stele di Rosetta degli album rock, reincidendo da cima a fondo “Meet The Beatles” nell’ordine di scaletta dell’originale. Un compitino di questo genere, come si sa, non è una novità: l’hanno intrapreso in passato (vado a memoria) i newyorkesi Pussy Galore con “Exile On Main Street” degli Stones, gli sloveni Laibach con il beatlesiano “Let It Be”, i (sottovalutatissimi) californiani Clawhammer con “Are We Not Men” dei Devo... In tutti quei casi, però, si trattava di riletture spesso radicali, con versioni stravolte dei brani originali. DiNizio e gli Smithereens optano invece per una pressoché totale fedeltà a Lennon/McCartney; di diverso c’è solo l’accento delle vocals di DiNizio (non liverpudliano bensì jerseyano) e una maggiore efficacia del sound, merseybeat solo in apparenza ma in realtà (in fondo) college-rock USA jingle-jangle come usava negli anni ’80. Date le premesse, “Meet The Smithereens” dovrebbe essere un disco superfluo, ma il suo obiettivo al contrario è perfettamente centrato, perché mi ridà e ci ridà l’occasione di riascoltare 12 canzoni che non hanno perso un’oncia dell’ingenuità, della freschezza e del vigore - melodico e ritmico – che possedevano nel 1964. Riascoltando DiNizio che intona “It Won’t Be Long”, “All I’ve Got To Do” e “Till There Was You” non si può fare a meno di restare stupefatti – per l’ennesima volta – di fronte al talento di Lennon e McCartney, due che all’epoca avevano poco più di vent’anni e che stavano realizzando una pietra miliare della musica: il lineare, essenziale, sfavillante “Meet The Beatles”, un “best of” del loro periodo ‘63-‘64 a paragone del quale non c’è “Sgt. Pepper” che tenga. Poi – ci mancherebbe altro – i gusti sono gusti; e quella del Sergente è un'altra recensione...
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