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Un treno che va via, e si lascia alle spalle una valle, le sue storie, i suoi volti, le sue voci, portandosi appresso le immagini uggiose, livide e scure di tutto ciò da cui si allontana. Neon Bible, il romanzo dello scrittore John Kennedy Toole, uscito postumo nel 2004 a 35 anni dalla morte per suicidio del suo autore, iniziava così, con uno sguardo all’indietro da sopra le rotaie. Arcade Fire decidono di dare seguito al loro fortunatissimo esordio, Funeral (proprio del 2004), con lo stesso titolo, Neon Bible, ed è lecito chiedersi se quel treno e quello sguardo siano parte di questo disco o se la “bibbia al neon” sia stata scelta per la sola forza dell’immagine, quasi fosse un moderno vitello d’oro, al di là della citazione del romanzo con obbligatoria annotazione tra i credits del cd. L’impressione è che da quel treno si torni indietro a rivisitare le paure e le miserie, in una misura e una chiave che per tanti piccoli sorprendenti motivi sa di “qualcosa che suona come gli Arcade Fire”, quasi fossero già un classico. Black Mirror che apre le scene è già forte, precisa, in una decisa direzione: “Ho camminato verso l’oceano / dopo essermi svegliato da un incubo / nessuna luna, nessun pallido riflesso: (uno) specchio nero”. Tra le parole spira un’aria sinistra, in odore di maledizione (“the curse is never broken”), e di disastro imminente (“specchio specchio sul muro /mostrami dove cadranno le bombe”), ma il “tiro” ritmico ha un’energia carica, positiva, piena. Sarà un tema ricorrente per tutto il disco: dove le parole tremano, la musica incalza. La piccola orchestra Arcade Fire, composta da 7 elementi ufficiali che dal vivo diventano 13/14 elementi, suona intensa, con alcuni inserti da applausi, come gli arpeggi brevi di pianoforte che puntellano il pezzo e l’incalzante sezione di archi nella parte finale. Il motore resta acceso in Keep The Car Running, ancora con oscure presenze (“Loro sanno il mio nome (…) ma non sanno dove e quando succederà”). Il piccolo miracolo di questo gruppo canadese è più che mai stavolta nel “comprendere” in un album di cui hanno curato anche la produzione oltre che la composizione, un oceano di citazioni rock, dal new wave al mainstream più muscoloso, senza dimenticare gli accenti folk della fisarmonica, e quelli più classici dati da xilofono e organo a canne, con un calibrato e intenso lavoro sugli arrangiamenti, carichi ma quasi mai pesanti. Proprio i bordoni da organo di chiesa aprono la sontuosa Intervention, un autentico gioiello rock, dove la paura si mischia alla fede, e la fuga diventa salvezza. Un dramma in odore di messianica setta (“lavorare per la chiesa mentre la tua famiglia muore”), di debiti troppo alti da pagare (“non importa ciò che dirai /ci sono debiti che non riuscirai mai a pagare”), di follia disperata (“Senti il soldato che si lamenta: “Arriveremo anche da soli”), di fede cieca (“cantando allelujah con la paura nel cuore”) e di qualcuno sempre più forte, o più crudele di noi: “Quando diranno che ci vogliono staccare il telefono / gli dirò che non sei in casa”. Il pezzo è splendido, fulminante. Non è un caso che il tema della religione e delle sue devianze al limite del settario siano spesso il soggetto sinistro delle canzoni di Neon Bible, più che un’ossessione una forma ereditaria, come ha ammesso lo stesso Win Butler, rivisitata però in una chiave liberatoria rivelandone le ombre sinistre. La Neon Bible, in questo senso, è carica delle miserie di una falsa fede. Se Black Wave/ Bad vibrations, curioso pezzo diviso in due parti diverse tra loro cantate rispettivamente dalla prima donna del gruppo Regine Chassagne con alcuni inserti in francese (vista anche l’origine canadese del gruppo) e dal leader Win Butler, è un altro spigoloso racconto di fuga (“scappa scappa dai ricordi" dall’isola di Haiti da cui la Chassagne originaria dell’isola dovette fuggire da bambina) e di paura (“Io nuoto ma il suono mi insegue”), il treno che all’inizio provava a portarci via, ci riporta invece l’eco di Ocean Of Noise, splendida ballata dalla melodia bella e triste, “Tu hai le tue ragioni / Io ho le mie / Ma tutte le motivazioni che io ho dato/ erano solo bugie / per guadagnare tempo”. Finale ancora da brividi con ottoni, fisarmonica e chitarra e dettare i temi di chiusura e l’ultima richiesta “Possiamo farcela?". C’è da dire che rispetto ad un’inclinazione indie più smaccata in Funeral, stavolta la scelta sembra contenere molti più elementi mainstream, ma non è da escludere che il segreto sia proprio nella gustosa alchimia tra strumenti inusuali per un rock radiofonico e una scrittura brillante ma nei canoni della tradizione anglo-americana. Che l’equilibrio sia spesso prossimo ad essere superato, ma poi infallibilmente sembra non superarsi mai, è l’arma dei classici. Certi timbri e certe linee ritmiche fanno pensare agli U2 primi anni ’80 (The Well And The Ligthhouse, e anche No Cars Go), così come (Antichrist Television Blues) è un rock/blues che a molti ha fatto pensare a Springsteen, magari calato in una dimensione da sgretolamento televisivo anni 2000, e lo spirito di Bowie ritorna sovente in diversi luoghi del disco pur aleggiando molto meno rispetto a Funeral. Quando il gioco di citazioni e rimandi, volontari o no, viene tenuto a bada senza troppi timori reverenziali verso certo rock a stelle e strisce (“I Don’t Wanna Live In America No More” cantato sul davanzale di Windowswill?) il risultato è dalle parti del capolavoro. A cercare il centro del disco nel racconto musicale, ci si ferma nel buio della title track Neon Bible. Fulcro di significato del disco pur con i suoi soli due minuti di durata, con un suono e un cantato quasi accennato, un confuso vagare (“Il viale della speranza e il viale del dolore / nella notte si assomigliano”) forse ancora al di qua di quella valle con cui abbiamo aperto, e una cruda verità “take the poison of your age”, il veleno che la “bibbia al neon” col suo lampeggiare a lucida intermittenza, nasconde e rivela. Il doppio semantico è nella chiusura di My Body Is A Cage, dove nel lamento blues in odore di White Stripes lo spirito chiede un’altra liberazione, ben diversa dalla cieca speranza in una luminosissima Neon Bible: “Il mio corpo è una prigione / che mi impedisce di ballare con la persona che amo”. Gli Arcade Fire, insomma, sembrano attraversare una lunga notte di piogge e di paura (fear è la parola più ricorrente nelle liriche), di fede delusa e di fede senza incertezze, ma anche di combattive speranze in forma di fughe e corse sfrenate, a cercare forse invano e timorosi dei falsi idoli, di fuggire dal prossimo incubo, rubando a un romanziere suicida rivalutato postumo, il titolo di un libro e forse anche un’aura di sinistra inquietudine. Ne escono già grandi e disillusi, con un suono che può lasciare il segno, se non un solco. Per ora i migliori del 2007.
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