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La scomparsa di Elliott Smith nel 2003 ha lasciato un vuoto nel panorama del songwriting americano, e un disco come New Moon non fa che confermarlo. La raccolta, uscita in doppio Cd e doppio Lp, comprende – oltre alle canzoni See You Later, Angel In The Snow e Big Decision, apparse su tre compilation pubblicate tra il 1995 e il 2000 – brani inediti incisi nel periodo 1994–1997; di questi, sette provengono dalle session del secondo album di Smith, undici da quelle di Either/Or, tre sono registrazioni dal vivo effettuate da Rob Jones per essere trasmesse dalla emittente KWVA 88.1 di Eugene, nell’Oregon, e tre derivano dalle session al Jackpot! Recording Studio di Portland. Cosa dire del contenuto? Senza dubbio, è un piacere avere la possibilità di ascoltare altro materiale inciso dall’artista, ma forse un unico Cd sarebbe bastato. Beninteso, la sua produzione musicale è sempre stata di livello molto alto, e i 24 pezzi proposti da New Moon sono tutt’altro che scarti, anche se alcuni sono il risultato di registrazioni artigianali (un aspetto, del resto, fortemente legato alla poetica di Smith, e funzionale al fascino intimista e minimalista dei suoi primi album). Tuttavia, una volta gustata la bellezza di brani come Angel In The Snow, Going Nowhere, Miss Misery (Early Version), Pretty Mary K e Half Right, con le loro tinte pastello, la voce aggraziata e gli intrecci di chitarre acustiche e (a volte) elettriche, il resto può risultare “un di più”. Ciò non toglie che pure le più movimentate New Monkey e Big Decision si facciano apprezzare, e lo stesso vale per Whatever, una sorta di filastrocca che pare quasi uscita da Quah di Jorma Kaukonen. E non sembri una citazione a sproposito, perché uno dei grandi meriti artistici di Smith è stata la capacità di dare alle sue storie una veste musicale costruita su uno stile chitarristico molto particolare e immediatamente riconoscibile, spesso basato su un fingerpicking che rendeva molto più articolate e interessanti le sue canzoni – pur nella loro nudità – rispetto a quelle di tanti altri anonimi strimpellatori improvvisatisi folksinger. Dimenticavamo: c’è anche una cover di Thirteen dei Big Star, ma talmente fedele all’originale da risultare, anche quella, piuttosto inutile, seppure decisamente toccante.
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