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Lucinda Williams è una di quelle voci che sarebbero capaci di emozionarti anche cantassero leggendo solo una lista della spesa. Intensa, e coriacea, sgraziata e perfetta al contempo, perfetta per suggerire a piene lettere stati d’animo e racconti, scatti fotografici appena accennati o racconti dell’ultima strada. Aggiungendo a questa grana finissima il suono affilato e stillato a sudore fino all’ultima goccia, di una band praticamente perfetta quanto a rock/blues, nel 2005 uscì fuori un disco emozionante come Live @ Fillmore, che sancì la prima uscita dal vivo della Williams. A distanza di due anni e con un simile precedente il ritorno in studio era attesissimo. Il risultato al di là delle conferme è West, ritratto di una cantante e autrice con tante ferite, una vena malinconica più accentuata della media, e 13 canzoni a dare testimonianza di suoni, colori, vicende personali forse oggi più che mai in una evidenza quasi straripante. Le prime due tracce rendono immediato un debito con la recente scomparsa della madre di Lucinda, evento che suggerisce liriche livide ed esplicite in Are You Alright (“I looked around me and you were gone”; “'Cause you took off without a word”) e in tono quasi da epitaffio in Mama You Sweet. Il tema non si sposta troppo in Learning How To Live, dove dietro un dolore malcelato per una vita da dover ricominciare, si nasconde ancora un addio, un distacco difficile, doloroso. Se il sentire è sincero fino all’autobiografico la scrittura però non decolla, forse prigioniera proprio di un sentimento troppo grande, incontrollabile. Il groove dominante di tutto l’album è da ballads, malinconica e in punta di spazzola, con chitarre acustiche in evidenza, un pianoforte mai troppo sporco, e gli accenni da profondo sud della fisarmonica e di un violino che avrebbe meritato più spartito. Ma in avvio solo per Learning How To Live la melodia si fa viva e vegeta per quanto non originalissima, mentre nei primi due brani si arrotola senza soluzione, e quando si dilunga per troppi minuti perde mordente. Qualcosa in più sembra dirla Fancy Funeral, per la vena di tenera malinconia del suo “inutile” elegante funerale. Eppure è evidente che siamo lontani dal granito di Fillmore, e con Unsuffer Me che sposta la leva sul tono più blues realizziamo che cambiando gli interpreti forse qualcosa cambia: c’è il solo Doug Pettibone della band che di solito la Williams di porta in tour, mentre Jim Keltner (batteria), Tony Garnier (basso) e Gary Louris (vocals) pur rientrando nella stessa linea sonora perdono forse di “intimità” (ci si passi il termine, musicalmente parlando..) nei confronti della cantante texana. Se a questi ultimi spetta comunque il gioco sporco, la parte più “levigata” del lavoro tocca a due ospiti come Bill Frisell (chitarra) e Bob Burger (keyboards e string arrangements) che cesellano fin troppo le partiture. Così Everything Has Changed è ancora in tema di “folk ballads”, ancora con un amore scomparso, ancora con un domani difficile da dover vivere. Non convince troppo il rock di Come On, che pure contiene una delle graffiate più belle del disco con quella “you didn’t even make me”, sensuale e carnale, e nonostante le chitarre sguainate di Frisell. La ritmica prova a spezzarsi e convince in Where Is My Love, con la Williams che fotografa alla sua maniera e senza forzare ci incanta. Sentire per credere la pronuncia, nuda consonante su nuda vocale, della parola Birmingham alla terza strofa. Le ultime quattro tracce coi loro quattro titoli forse non a caso tutti inizianti con la lettera W, provano a chiarirci il senso del tutto dopo la disarmante resa di Rescue (“He can't protect you”; “He can't carry you”; “He can't save you”). Le flebili speranze di What If, la disillusione di Wrap My Around That, le parole di Words nascoste tra le righe (“hiding between the lines”) o in mezzo a “un solo” di fisarmonica, e infine la title track finale, e il suo invito “come out west and see”, che chiude con picco di autoritaria classe il quadro. E adesso appare più chiaro che il West del titolo del disco è forse l’ovest di un tramonto, a indicare tutti gli addii più malinconici, ad un amore, a una madre, ad una giornata finita male. Onesta e sincera come sempre, l’inossidabile Lucinda Williams, a 54 anni non rinuncia a svelare le sue ferite con un disco schietto, forse troppo intimo e troppo personale per essere anche grandioso.
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