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“Ogni volta che esco per bere una bottiglia di vino, c’è qualcuno che mi importuna per chiedermi di qualcosa che è accaduto nel 1989... Ma perchè tutti vogliono parlare dei bei vecchi tempi…?”, cantano a due voci Danny & Dusty – ovvero Dan Stuart e Steve Wynn, rispettivamente ex-leader dei Green On Red e dei Dream Syndicate, nel brano di apertura di questo “Cast Iron Soul”, album che li rivede a sorpresa insieme dopo uno iato di ben 22 anni. La risposta al quesito di cui sopra è semplice, immediata, lineare: quei “good old days” ci interessano – eccome - in quanto il primo e fino ad oggi unico disco a nome Danny & Dusty, “The Lost Weekend” (1985) fu una delle più formidabili raccolte di indie-roots (Americana, per usare il gergo odierno) che ci è stato mai dato di ascoltare. E canzoni come “Song For The Dreamers” e “Down To The Bone” sono tuttora lassù, irraggiungibili, in un virtuale pantheon del songwriting al quale hanno accesso Dylan & The Band, Neil Young & Crazy Horse e solo pochi altri. E’ per questo che il ritorno odierno di Danny & Dusty è una notizia vera. Lo è soprattutto riguardo a Danny, che dopo lo scioglimento dei Green On Red (1992/93), un periodo passato in Spagna a disintossicarsi e due (mediocri) dischi solisti, era sparito del tutto dai radar, in chissà quali altre faccende affaccendato oppure, come il De Niro di “C’era una volta in America”, dedito ad “andare a letto presto”. Poi, un anno fa, l’improvvisa ricostituzione dei Green On Red per un tour che ha toccato anche l’Italia, quindi ora il ravvicinamento con Steve Wynn, per assemblare un album come ai “vecchi tempi” sotto la supervisione dell’eccelso produttore J.D. Foster, uomo di fiducia di Calexico e Richmond Fontaine. Peccato però che “Cast Iron Soul” sia l’ennesima dimostrazione che le minestre riscaldate sono inefficaci e, forse, anche nocive. Chi aveva chiara nella mente e nel cuore l’energia, l’impatto e la spontaneità di “The Lost Weekend” resterà profondamente deluso: i 22 anni di distanza si fanno sentire e “Cast Iron Soul” – album “newyorkese” tanto quanto “...Weekend” era losangelino - risulta disco troppo ingessato e scarsamente graffiante, il parto di due sopravvissuti che oggi hanno molto meno da dire di quanto non avessero nel 1985. Danny e Dusty appaiono forzati quando si avventurano su strade rock-blues (“JD’s Blues”, “Hold Your Mud”), derivativi quando fanno il verso a Dylan (“Last Of The Only Ones” e “Thanksgiving Day” che è quasi “Like A Rolling Stones” revisited) e a Lou Reed (“New York City Lullaby”). Ma soprattutto, rispetto al passato, c’è una sostanziale differenza: su “…Weekend” Danny era ovunque e travolgeva tutti e tutto con la sua esuberanza e la sua vocalità unica con quelle “erre” arrotate (quasi una versione caricaturale di Neil Young); “Cast Iron Soul” invece è un disco che appartiene molto più a Steve Wynn il che, anche a giudicare dalle ultime pallide prove soliste dell’ex-Dream Syndicate, non è esattamente una buona cosa. Inoltre – fatto grave - la voce di Stuart non è più la stessa: il tempo l’ha “normalizzata”, e a tratti risulta perfino difficile distinguerla da quella del collega Dusty. Non è tutto da buttar via, però: sono da salvare in particolare l’iniziale jugband blues (alla Lovin’ Spoonful) “The Good Old Days” e la conclusiva “country” “That’s What Brought Me Here”, entrambe con un gustosissimo testo autobiografico (“Never was a singer until 1982”, canta Danny, “Jim Beam Whiskey helped me kill the fear...”). E per alcuni istanti, nell’evocativa “Warren Oates”, Dan Stuart riesce perfino a dissotterrare quelle sensazioni forti e oscure che furono dei Green On Red e dei Danny & Dusty originali. “Oh me oh my, love to bitch, don’t want to die…”, canta Danny, deluso, sconfitto ma finalmente recuperato alla musica. Non sarà più il 1985 o l’89 ma fa comunque piacere che uno come lui sia tornato in giro (e nel giro). Keep on bitchin’, Danny...
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