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Ormai non ci sono più dubbi: i sudisti Followill (i fratelli Nathan, Caleb e Jared e il cugino Matthew), collettivamente noti come Kings Of Leon, non sono un gruppo qualsiasi, uno dei tanti fuoriusciti da quella che solo pochi anni chiamavamo “new rock revolution”: al contrario, siamo in presenza di fuoriclasse assoluti, da annoverare tra i (pochi) nomi imprescindibili dell’attuale decennio. L’esordio del 2003 “Youth And Young Manhood” – lo scrivemmo – fu devastante, talmente bello e incisivo da essere quasi all’altezza del primo dei Clash; il secondo album “Aha Shake Heartbreak”, fu invece il tipico album d’assestamento, benché vanti anch’esso innumerevoli estimatori, e taluni lo preferiscano persino a “YAYM”. Oggi, con questo terzo “Because Of The Times”, i quattro oggi basati a Nashville rilasciano quello che è con tutta probabilità il loro capolavoro, anche se indicarne i punti forti è esercizio irto di difficoltà: nel complesso è infatti una instancabile meravigliosa sinfonia wave-sudista della durata di oltre 50 minuti per ben 13 brani. Uno di quei dischi dove parti, e quasi non ti accorgi nemmeno quando sei arrivato. Loro, i Kings, partono da lontano, come quattro cavalieri dell’Apocalisse, con la intro chitarristica di “Knocked Up” che pare provenire aldilà dell’orizzonte e con il brano che lentamente prende forma. “I don’t care what nobody says, we’re gonna have a baby”, canta alla sua bella con la sua inconfondibile strascicata voce sudista Caleb Followill. Quasi un desiderio di mettere su famiglia e “settle down” dopo 4 intensissimi anni di tour, sesso droghe e rock and roll, anche se poi nell’esplosione finale resta il dubbio su “where we gonna go…?” Come inizio non c’è male, e da qui in poi i Kings Of Leon ci trascinano nel loro mondo di rinnegati, miracolati dalla fama e dal successo, e “salvati dal rock’n’roll”, come una volta ebbe a dire il regista Wim Wenders (o era Springsteen?). Ma ciò che colpisce, una volta di più, sono la facilità di composizione e di esecuzione, e la loro capacità di arrangiare brani la cui semplicità è solo apparente ma che sono pieni zeppi di idee e virtuosismi. Non c’è (più) l’urgenza e l’adrenalina di “Youth And Young Manhood” e l’andatura è più dinoccolata: come se agli adolescenti “ganassa” dell’esordio fosse stata impartita qualche dura lezione dalla vita, e tutto questo si riflettesse nei toni della musica. E comunque, avranno pure accantonato le droghe, i Followill, ma alle donne non rinunciano di certo: “She’s such a charmer, oh yeah!”, declama Caleb nel brano “Charmer” dove descrive un gioco di sguardi con la moglie di un predicatore, prima di esplodere in un liberatorio urlo punk-style che dice tutto sulla filosofia dei Kings Of Leon. Non è certo un disco ruffiano, “Because Of The Times”, non possiede “killer hooks”; ma cresce, a dismisura, ascolto dopo ascolto, e alla fine si ha la sensazione che ciascuno dei suoi brani sia, nel suo piccolo, un “classico”. Lo è di certo “On Call”, il primo (anomalo) singolo, di base una ballata che possiede però una tensione innaturale, e che è un po’ una versione sudista dello stile “quiet/loud” reso celebre prima dai Pixies e poi dai Nirvana. E altre due meraviglie da segnalare si trovano nella parte centrale dell’album, con “My Party” – che possiede un groove sensazionale - e soprattutto con “True Love Way”, il brano che certifica come i Kings Of Leon siano una spanna superiori a (quasi) tutte le band loro contemporanee. E’ già un pezzo compiuto, sporco e sudista, pieno di accelerazioni e rallentamenti, e con un magnifico chorus dove la voce provata e polverosa di Caleb canta “Oh we'd be so free / Happy alone / Sharing a smile / So far from home…”. Il 99,99 % dei gruppi la finirebbe qua, ma i Kings non sono soddisfatti e vanno oltre, troncando di botto la progressione e inserendo una strofa supplementare ripetuta quattro volte (“…And people say i'm crazy for walking this town…”) che risolve il tutto, prima di tornare al tema principale e portare il brano alla sua naturale conclusione. Dettagli, si dirà; ma è proprio questa attenzione per quelle che altre band considerano “minuzie” che rendono “Because Of The Times” un album manifestamente superiore alla media, e con un solo vero passo falso (il tedioso gospel di “Runner”). Sarà arduo, quest’anno, fare di meglio dei fantastici Kings Of Leon.
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