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Tutti ricorderete i Pere Ubu, la storica band di Cleveland che tanta importanza ebbe nello sviluppo del Punk Rock americano. Ebbene, nei primi anni Ottanta dopo la separazione da David Thomas che portò ad uno scioglimento del gruppo, Scott Krauss e Tony Maimone continuarono sulla strada di una ricerca musicale di ampio respiro, che partiva sempre dal punk per arrivare a forme espressive ancora più estreme, e formarono gli Home And Garden, una band che prevedeva la partecipazione e l’apporto anche di Jeff Morrison, un compositore di avanguardia, e di Jim Jones, che si unirà poi ai nuovi Pere Ubu più tardi, nel 1987. Due anni fa nella primavera del 2005, Scott Krauss ha deciso di rimettere mano alle registrazioni di quel periodo e, insieme a Ryan Weitzel su incarico della Exit Stencil Recordings, ha raccolto e remissato i nastri dell’epoca. I due hanno lavorato sull’intera “Home And Geography Session” e su “How I Spent My Vacation”, un extended play di indubbio valore, che è stato inserito all’interno del cd che vi presentiamo, un album che costituisce davvero un’occasione da non perdere per i tanti seguaci ed estimatori di quelle che sono tuttora le varie ramificazioni della Pere Ubu family! L’ascolto parte dai resoconti di viaggio di un moderno “Marco Polo”, altrettanto strampalato e sognante: “The Voyage” e “The City Of Kin-Sai” sono saggi di alto livello di rock d’avanguardia, da inserire all’interno della lunga scia musicale rivoluzionaria e visionaria che dai Velvet Undeground portò più tardi ai primi Pere Ubu. Il riff chitarristico di “Holiday” è quanto mai intrigante, mentre “Big Winter”, dominata dal suono di un basso elettrico che non lascia scampo, è più oscura ed alienante. Le tastiere e la sezione vocale di “King Penguin” ricordano molto i Doors di “Celebration Of The Lizard”, invece è senz’altro affascinante “Bells Of Never And Never”, una slow ballad misteriosa ed eterea, dall’atmosfera rarefatta e sospesa, l’equivalente in musica di una pittura astratta o anche di un quadro di danza contemporanea: percussioni convulse addolcite da un substrato di tastiere dal quale emerge una voce narrante nitida e sola, disillusa ma ancora capace di far riflettere e pensare. Ancora “Marco Polo”, questa volta con “The Desert” una sorta di reading letterario di ottima fattura, che cattura con modalità ipnotiche l’ascolto. Il resto dell’album alterna momenti di free jazz ad un rock sperimentale e d’avanguardia, e raggiunge i suoi momenti più alti su “From The Life Of King John” e “Geography”, due ballate piacevolmente “andanti” che danno il senso di una narrazione astuta e intelligente, di una integrazione pressoché perfetta fra testo e liriche. Album da non perdere.
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