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Dando un’occhiata superficiale al book fotografico di Laura Veirs, ci vedremmo una qualunque american girl, neanche tanto carina, con l’aria da collegiale, lo sguardo un po’ miope dietro due occhioni chiari dallo sguardo un po’ assente e un po’ sognante, a loro volta dietro due occhialoni tondi, che fanno tanto college appunto e poco rock’n’roll da prima pagina. Poi ascolti le sue canzoni è capisci che è proprio così, Laura Veirs, con il suo stile lontano anni luce da MTV e dai patinati riff da jingles pubblicitari. Nata in Colorado ma cresciuta a Seattle, aveva conquistato credito e ottime recensioni da parte di praticamente tutte le riviste specializzate nel 2004 con Carbon Glacier, il primo disco per l’etichetta Nonesuch Records, il suo quarto lavoro (contando i primi due autoprodotti e la prima uscita targata Bella Union, Troubled By Fire del 2003), Il 26 marzo per il mercato europeo (uscita posticipata al 10 aprile per quello statunitense) è uscito il suo nuovo lavoro, Saltbreakers, prodotto da Tucker Martine (The Decemberists, Bill Frisell) anche strumentista nel disco come batterista, insieme ai fedelissimi della Veirs Karl Blau (basso e chitarre) e il tastierista Steve Moore. E’ un disco che si muove tra misurati chiaroscuri, sguardi composti ma non per questo meno significativi. Spesso su tempi musicali non troppo convenzionali, o con riusciti controtempi ritmici, magari in punta di spazzole, trovando sempre una misura tra uno sguardo interiore e uno sguardo verso l’esterno che è quasi sempre natura, e in particolare acqua, onde, oceano. Proprio alle onde del mare farebbero riferimento le “saltbreakers“ del titolo come la Veirs preferisce chiamarle, e “waves”, “sea”, “ocean”, “water” diventano parole chiave nella tela complessiva del disco. Le composizioni si reggono quasi sempre ottimamente alternando un atteggiamento di disincantato realismo (l’apertura di Pink Light è perfetta in questo senso “Sorry I was cruel / I was protecting myself”) a visoni sognanti, leggere, quasi eteree, che già in Ocean Night Song sono assecondate perfettamente dalla viola della guest star Eyvind Kang, in un bozzetto quasi psichedelico dettato da un orientaleggiante arpeggio di chitarra acustica. Dal suo sito Laura Veirs confessa di aver sognato spesso ultimamente di balene e di oceani profondi e di essere affascinata dal mistero degli abissi così “ineffabili e insondabili”. Così come non nasconde di non avere avuto paura di guardare al suo lato oscuro. Se in Don’t Lose Yourself un drumming elettronico spinge la stesura un po’ al di sopra delle righe, in chiave troppo pop, almeno negli arrangiamenti e nella scelta dei suoni, la scrittura torna a viaggiare su terreni piacevolmente stranianti tra organo e tempo ternario in Drink Deep. Più oscura parte Nightingale (ancora un elemento della natura come l’usignolo), per poi distendersi su un chorus che il tempo “in sei” mantiene brillantemente sui chiaroscuri di cui si diceva in apertura. Le esecuzioni sembrano sempre assecondare un cantato che chiaramente non vuole mai strafare, ma si muove con puntuale e ipnotica leggerezza, sfiorando a tratti una piacevole e sorprendente brillantezza. Mentre sembrano prevalere le spazzole e i suoni acustici, e l’usignolo spegne la sua voce su un accordo finale in minore, una giocosa Saltbreakers piazza un colpo a sorpresa, con un riff di chitarra e viola e un divertente coro di controcanto sul chours, al quale però fa da contrappeso una lirica dolceamara ispirata al racconto della scrittrice Antonia S. Byatt, Possession. I momenti più brillanti arrivano però subito dopo con una magica To The Country, quadretto di grande suggestione con un’atmosfera un po’ da Astral Weeks, e il duetto tra il coro a 8 voci di Cedar Hill e un’ispirata Veirs registrato proprio presso gli studi di Johnny Cash e June Carter a Hendersonville, Tennessee. Ottimo anche il successivo Cast A Hook, con un rigoroso fingerpicking all’acustica, una melodia incalzante e ancora un’immagine marina: il tritone che “ha conficcato il suo tridente dentro di me”. Un piccolo ma sfuocato riflesso “grunge” nella più movimenta Phantom Mountain precede il pianoforte di Black Butterfly, nera al punto giusto, e siamo di nuovo dalle parti più ombrose della Veirs, e l’effetto in questi casi sembra riuscitissimo. Ma la suggestione più bella arriva all’ultimo con una toccante Wrecking. “Saccheggiando i derelitti vascelli del mare / mi chiedo se le onde si siano portate via tutto di me”. Ancora il mare ancora le onde, implacabili stavolta. Qui siamo dalle parti del capolavoro. L’arpeggio di acustica sottolinea il tempo in ¾, mentre la linea vocale avanza splendida per poi salire su un mezzo falsetto livido nel chorus e tornare ad aprire gli occhi “in this broken place”. E poi, perfetti e insondabili anche loro come un oceano, gli archi avvolgono il tema e la trama finale, accompagnandoci fuori dal quadro. Con la sua musica lontana dagli schemi del “songwriting da mainstream” Laura Veirs, e la sua immagine così poco glamour, può ben dirsi a ragione una delle più sorprendenti esponenti del rock/pop indipendente americano dei nostri tempi. E Saltbreakers ne è un’ottima dimostrazione.
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