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Se ne conoscete il significato, avrete già capito in quale contesto musicale ci troviamo. “Mamasita” è un termine ispanico che indica una fanciulla particolarmente graziosa ed i ragazzi che hanno deciso di fregiarsi di questo nome guardano esattamente alle atmosfere della tradizione sudamericana. Loro sono di origini romagnole e se, dopo due anni vissuti tra palco e comparsate radiofoniche, sono riusciti a portare in porto l’esordio sulla lunga distanza, devono molto all’etichetta cesenate Tam Tam Studio, che da anni esporta i nostri prodotti all’estero con un occhio di riguardo al Sol Levante. Ma la vocazione dell’ensemble, che in concerto arriva a constare di nove elementi, non si ferma qui e, in ossequio allo stile “mezcla”, sovrappone tanti ingredienti tra i quali è presente in dosi robuste un omaggio ai costumi melodici del nostro paese. Un viaggio del genere, però, non può che partire dalla Giamaica, alla quale il pezzo d’apertura ci dà il benvenuto riportando dei suoni registrati dalla band nell’ex colonia spagnola. Una specie di proclama, visto che il prosieguo va spesso a braccetto con il reggae, da quello mainstream di “Sabato Sera”, che sembra una cover degli UB40, su su fino al revival di “Pinne Fucili Ed Occhiali” (che una cover lo è veramente) e alla tensione di “Sitting In The Morning Sun” (tra gli episodi più convincenti). Ma i Mamasita giocano su più tavoli e stendono spesso una spennellata di rock tipicamente italiano: la title track trasmette qualche eco de “La Mia Banda Suona Il Rock” e la stessa chiave di lettura si ripropone nelle torsioni di “Papero”. Qua e là le liriche affrontano alcuni snodi molto diffusi nella vulgata corrente. “Anni 80” prende a picconate un decennio del quale non si fa altro che ricordare la futilità edonistica e la disarmante miseria culturale. Un decennio recentemente tornato alla ribalta pure sul grande schermo e che Gabriele Muccino ha immortalato rispolverandone uno dei simboli più acclamati, cioè il Cubo di Rubik. Che curiosamente è tirato in ballo anche dai Mamasita i quali, però, hanno una vis polemica estranea allo sguardo tenero del regista romano. Alcuni punti si soffermano sul senso di alienazione che si avverte di fronte alle tragedie sociali, argomento legato a doppio filo al desiderio di riscatto e di affermazione individuale che non sembra più animare le giovani generazioni. Una peana per le orecchie di chi ha amato i libri di Fabio Volo. Tutto fila liscio, dunque? Non proprio. Il sound dei Mamasita è sfaccettato (proprio come il Cubo di Rubik) e a seconda di come lo si veda mostra ogni volta un volto diverso. “Per Buona Sorte” non vive solo di omaggi a Bob Marley e a sprazzi non esita a flirtare con lo ska (sul quale, dopo un accenno elettronico, vira proprio “Anni ‘80”) ed il blues. Sempre oscillando tra esotismo e brusche percussioni. Il problema è che la filosofia dei Mamasita si rivela anche come il loro limite. Piace la varietà e la voglia di non fossilizzarsi con un unico genere, ma il terzomondismo (“Africa Bolivia Paraguay”) e lo spirito di denuncia non sempre colgono nel segno. Taluni accordi non brillano per originalità e mentre degli spunti sono realmente ispirati, altri danno l’impressione di esser tirati un po’ per la coda. Peccati di gioventù e, forse, voglia di non azzardare troppo e di mantenere un profilo più basso. La prossima volta, però, gli chiederemo più coraggio. E speriamo di rivederli presto dal vivo: è lì che si sprigiona la loro vera forza.
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