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"Derailed psych-country": a volerci ragionare sopra potremmo già riempire lo spazio di questa recensione. Provando a tradurre diremmo di un country-folk psichedelico uscito dai suoi binari. Tutto sta nel capire se la direzione è precisa, segnata, e il deragliamento ne sia la sua evoluzione distorta, oppure se un tratto psichedelico ne sancisca a priori la deviazione da un tracciato che non deve e non vuole arrivare da nessuna parte. Che da qualche parte, al di fuori, non esiste. Fermiamoci un attimo. Stiamo parlando di First Light’s Freeze, il secondo lavoro uscito a firma Castanets (le nacchere! altro deragliamento psichedelico?). Castanets non è una band ma non è neppure un solista, o meglio ancora, è allo stesso tempo un gruppo e un solista. La mente attorno a cui tutto nasce e tutto si muove è Raymond Raposa, che arriva direttamente da San Diego, con un passato a spasso per gli States a bordo del Greyhound Bus, e al quale si accredita la definizione della sua musica con la quale abbiamo aperto questo pezzo. Ma è lui stesso ad ammettere che a seconda del momento dell’idea e del progetto, Castanets può fare intervenire fino a 16 musicisti. La sua prima pubblicazione datata 2004, Cathedral era già stata un piccolo evento nella discografia indipendente. Ora con First Light’s Freeze, la produzione si fa più attenta e meno lasciato alla spontaneità, alle sensazioni del momento. A volerne asciugare la sostanza e il contenuto fino alla sua essenza troveremmo una matrice sorprendentemente folk, in certi suoni popular and american, in certi racconti che sanno di ancestrale, perfino nel cantato scarno, nella scrittura fatta per accenni, per flash, per ricordi sfuocati. Negli ultimi anni la scena new folk americana e inglese ha tradotto in chiave moderna (e modernista) i suoi stilemi più tradizionali, re-inventandosi. Da Devendra Banhart ai Wilco, passando per Joanna Newsom e Beck, e per certi versi per Eels e Belle and Sebastian, si può tracciare il percorso, con svariate diramazioni, di un sorprendente freak-folk movement. Castanets e Raposa potrebbero essere il lato più oscuro di questo movimento. Le scelte sonore e di produzione vanno decisamente in quella direzione, con le chitarre poco ariose, gli arpeggi ostinati, i suoni opachi e poco brillanti, gli inserti elettronici “ombrosi” a tracciare tappeti dalle tonalità sospese, su melodie quasi sempre in minore. Un moderno folk da brughiera umida e piovosa a dispetto del cielo azzurro ritagliato sulla copertina del disco. “Andiamo fuori, caro / nella notte criminosa / andiamo fuori e camminiamo”. Into The Night inizia con queste parole, che sono anche le prime parole di First Light, tolta l’intro strumentale della traccia 1 (nel disco le pillole strumentali di questo tipo saranno 4 tutte molto brevi). C’è una guerra fuori e “tutti i nostri amici stanno morendo”. Non è dato sapere di che guerra si tratti e a tratti pare di intuire che quel “outside”, sia un “al di fuori di noi stessi”, fuori dal nostro Io. La melodia è esile, sinistra, quasi disperata, l’arpeggio di chitarra gli viene appresso, a darle un briciolo di alito. Non poteva esserci inizio più eloquente, e senza nascondersi, gli episodi successivi sono già oltre il confine di quel “io” inquieto che ci invitava ad uscire fuori. A Song Is Not The Song Of The World comincia invece con una domanda impossibile “Chi è il mondo?”, ripetuta quattro volte da una voce ipnotica su un tappeto ritmico da sogno lisergico. Il mondo non è un cosa ma un “chi” inquietante e sfuggente come un pericolo danzante reso con un “danger dancing”, superba sintesi dove l’assonanza delle due parole si porta addosso tutto il possibile significato e molte paure non dette. Good Friends Yr Hunger e Bells Aloud sono folk psichedelico quasi allo stato puro, nella cadenza, nei suoni, nelle immagini, nell’incedere. La title track suona come un’antica litania, e l’arpeggio finale su uno scrosciare della pioggia, ha il folk nelle viscere, nelle sue gocce. Per capire dove può portarci il suono di Castanets dobbiamo arrivare a No Voice Was Raised. Il drumming elettronico e le voci raddoppiate che non tradiscono alcun rimorso, su un giro di chitarra acustica quasi esasperato nella sua semplice arrendevolezza: “Nessuno ci ha condannato / e abbiamo continuato”, con un “respiro incerto”. Mentre la tensione si lascia intravedere, arriva un riff di chitarra praticamente micidiale, un tema semplice, poche note leggermente distorte. Suggestivo. “Nessuno ci ha imprigionato”, un “sangue non visto non ha compiuto alcun movimento improvviso”. Come se qualcosa di terribile sotto gli occhi di tutti fosse passato inosservato, impunito. In un crescendo che si carica di distorsione, quasi caotico, il canto ripete incessante “nessuna voce si alzò / nessuna canzone fu cantata”. Arrivati al culmine possiamo solo sederci, arrendevoli, uno sguardo non meno deluso ma più sicuro ci guida verso la fine. All That I Know To Have Changed In You cerca una dolcezza, mentre Dancing With Someone è un sussurro per voce e una chitarra elettrica praticamente senza amplificatore. Infine Reflecting In The Angels è un volo alto, uno sguardo da un altro pianeta, 1 minuto e mezzo in assenza di gravità. First Light’s Freeze non è prodigo di speranze, né di rassicuranti certezze, o di trascinante energia, anzi nella sua inquietante penombra viene a scovare le nostre paure, i nostri alibi, i nostri rimorsi. Ma se per una buona mezz’ora ha fatto deragliare anche i nostri pensieri, il sogno folk/psichedelico di Castanets e Raymond Raposa vale davvero la pena di essere ascoltato.
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