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Dietro My Brightest Diamond si nascondono il talento e l’arte di Shara Worden, una compositrice e vocalist di grande caratura, che vive e lavora a New York, e che si appresta a diventare il nome nuovo della scena rock internazionale. Giovane, carina, molto brillante, con una passione smodata per i cavalli (tanto da rappresentarne un esemplare, bellissimo, sulla copertina del disco) Shara è stata subito accolta molto positivamente dalla critica e dalla stampa specializzata, al punto che c’è stato chi ha visto in lei la nuova P.J. Harvey, e chi invece l’ha paragonata a Kate Bush. Tali osservazioni sono senz’altro giuste, ma questo disco firmato My Brightest Diamond va ben oltre le influenze musicali sopra citate e si ritaglia una dimensione propria, decisamente originale, all’interno del panorama rock contemporaneo. Canzoni non facili, ma che comunicano subito emozioni profonde, liriche inconsuete e profonde che si combinano ad una vocalità ancestrale, violini struggenti e chitarre strapazzate, tutti elementi questi che concorrono nel confezionare un disco che ad ogni ascolto si rivela sempre più un’opera d’arte, e di valore assoluto! Ma andiamo a conoscere l’album più da vicino, e verifichiamo come le sonorità ventrali del basso elettrico su “Something Of An End”, “Golden Star” e “The Robin’s Jar” si avvicinano molto in effetti alla musicalità di P.J. Harvey, come è altrettanto vero che, per quel che riguarda la sezione vocale, il discorso è diverso, e regge il confronto con la divina Kate Bush. “Gone Away” e “Dragonfly” sono delle slow ballads molto raffinate e di grande fascino, mentre le note acide di “Freak Out” disegnano un piccolo capolavoro, un brano acido, a tratti difficile e oscuro, ma davvero ben strutturato, che ricorda certo rock decadente dei primi anni Settanta. L’atmosfera densa e sospesa di “We Were Sparkling” viene tagliata come fosse un coltello dalla voce stupenda di Shara, che poi su “Disappear” si concede un impianto melodico più classico, ma comunque di grande spessore. Un brano come “Magic Rabbit” si rivela inquieto ed esaltante, con quel suo “are you fading away” semplicemente drammatico, ripetuto più volte, sintomo di una nostalgia malata, di un’ansia devastante che le chitarre elettriche cercano invano di esorcizzare. "The Good And The Bad Guy” e “Workhorse” chiudono il disco ancora una volta in maniera fantastica , composizioni in possesso di una forte valenza sinfonica, e che ci regalano arrangiamenti stupendi. Album da possedere nella maniera più assoluta.
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