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Amy Winehouse
Back To Black
2006
Universal
di Claudio Biffi
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Non ci eravamo dimenticati di lei, il suo esordio circa tre anni fa aveva stupito un po’ tutti perché una ventenne così smaliziata nell’affrontare le timbriche jazz era da tanto che la non si vedeva in giro e allora la prova del fuoco del secondo disco ci incuriosiva ancora di più. Nel frattempo se ne sono dette e viste di tutti i colori sul suo conto, litigi con i fans, notti brave altamente alcoliche e non solo, tanto da considerarla l’alter ego femminile di Pete Doherty, ma ultimamente anche un British Awards come miglior artista donna. La cara Amy si è così presentata con una dichiarazione che non lascia nessun margine:”Non voglio più suonare le cose jazz, mi sono stancata delle strutture vocali troppo complesse e ho voglia di cantare qualcosa di più diretto”. Detto, fatto “Back To Black” è il risultato di questa scelta, un salto dal jazz all’R&B in chiave moderna con uno sguardo reverente ai classici degli anni ’50 e ’60 ma personalizzato a tal punto da risultare originale a 360°. La nuova “sirena” del soul si è fatta accompagnare nel suo nuovo viaggio da Salaam Remi, già con lei in “Frank” e dal talentuoso Mark Ronson che ha già fatto le fortune della Aguilera e di Robbie Williams. Lo stile di Amy Winehouse rimane intatto proprio per la sua naturalezza a cantare qualsiasi melodia che spazia nel mondo variegato della black music, ma in questo lavoro ne emerge con forza la personalità che riesce ad esprimere in particolare attraverso i testi che lei stessa scrive, una vera e propria forma di terapia che lei stessa ha ammesso di attuare attingendo alle esperienze del vivere quotidiano ed in particolare alle proprie disavventure amorose, “Just friends” e “Love is a losing game” ne sono un chiaro esempio. La scelta è chiara, riportare al 21°secolo lo spirito del Motown Sound attraverso una linea ideale che unisce tutti i brani di “Back to black”, dall’omaggio quasi gospel a Ray Charles di “Rehab” allo stile vocale tipico di Aretha in “Just friends” usato però in chiave ragamuffin, per finire con l’emozionante “Tears dry on their own” degno delle Supremes o delle Shangri-Las a cui Amy ha detto di essersi ispirata. La title track poi è un degno tributo a Phil Spector con l’eco del drum-bass a sostenere il piano ritmico e i fiati un pò tutto quello che ha reso speciale il Philly Sound che si ritrova anche in “You know I’m no good” ed in “Me and Mr Jones” dove Amy dimostra di avere una grande sensibilità verso le melodie del soul più puro. Che altro dire? Un gran bel disco per gli amanti dell’ R&B, undici brani diretti, senza tanti fronzoli ma mai scontati, che ci consegnano una delle migliori interpreti della scena inglese. Promossa a pieni voti!
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02/03/2007 -
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