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E’ semplice, lineare e potente: è il 2007, e loro gli Harmful sono al loro album numero 7, il tutto all’interno di 14 anni di attività musicale, per la serie un disco ogni due anni. Insomma, tutto coincide, i conti tornano, e così le linee melodiche arroventate e terribili della band tedesca che può annoverare schiere di fan appassionati in patria, e che adesso comincia ad affermarsi anche fuori dai confini locali. Dopo aver aperto nel corso degli ultimi anni i concerti di Slayer, Unsane, Iggy Pop e Paradise Lost, adesso Aren Amirze, chitarra e voce, Chris Aidonopoulous al basso e Nico Heimann, alla batteria, sono giunti ad un punto di svolta della loro carriera artistica. Possono infatti avvalersi dell’ingresso nel gruppo di Billy Gould, ex bassista dei Faith No More, un personaggio di spessore che ha dato nuova linfa vitale alle ambizioni del combo germanico. Inoltre gli Harmful hanno affidato i demo del nuovo album a Flemming Rasmussen, il produttore dei primi dischi dei Metallica, e non potevano fare scelta migliore. Infatti “Seven“ sembra proprio un album d’altri tempi, un piccolo capolavoro, che magicamente recupera tutta la freschezza e l’originalità del metal di qualche decade fa, quando non era ancora contaminato dai vari approcci hardcore e grindcore o dalla visceralità estrema del death. Ma veniamo pure ai singoli brani: “Old Mistakes” è molto zeppeliniana, l’attacco sembra proprio quello di “Immigrant Song”, “Not In Love”, “Tension” e “Long Gone” sono delle metal ballads di grande valore, dal suono corposo e massiccio, ma suonano sapientemente melodiche, “Break Point” e “Hide” recuperano una chiave ritmica serrata e devastante, mentre “Mesanichta” è un pezzo acustico, solo strumentale, di chiara ambientazione ispanica, ma che nella struttura armonica ricorda molto “Orion” dei Metallica, quindi immaginatevelo pure da soli, è da brividi. Un gran bel disco, da custodire con cura.
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