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“Il nuovo disco sarà un disco dove daremo spazio al nostro secondo aggettivo, che abbiamo un po’ trascurato”, mi diceva quest’estate Davide Toffolo, voce e leader dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Tutto vero. Questo è un disco rock come non se ne sentivano da tempo, specialmente in Italia, carico di energia e zeppo di belle canzoni, di quelle che ti devi imparare per forza il testo per cantarlo a squarciagola. Ma è molto di più. Quei tre bricconi pordenonesi hanno sfornato un capolavoro, un disco che corre seriamente il rischio di essere per questo decennio quello che è stato “Hai paura del buio?” degli Afterhours per gli anni 90. Ovvero il disco simbolo della scena italiana. Di più: di una generazione. Testi belli e profondi, ma semplici e cantabili come nella migliore tradizione rock, lontani grazie a Dio mille miglia dalle pretenziosità letterarie e cantautorali di gran parte del rock (?) italiano. Canzoni come frecce dritte in fondo al cuore, che fanno innamorare perdutamente e corrono giù per la spina dorsale a trovare l’anello di congiunzione tra corpo e anima: “Provo a raccontare il nome che mi fa pensare a come il rock’n’roll comunque si può fare /Questa è la mia politica / un ritmo a centottanta bpm che muovi il culo e non pensi a niente”. E potete scommetterci che i Tarm ci riescono. In un album di alto livello, il loro sesto e forse migliore, ci sono una manciata di canzoni davvero memorabili: il singolo apripista “Il mondo prima” (già programmato da Radio 105, ché in un mondo come si deve una canzone come questa deve andare prima in classifica e rimanerci minimo sei mesi), la splendida ballata “L’impegno", che meriterebbe da sola una recensione, il feroce rock’n’roll di “Allegria senza fine”, la delicata e malinconica “Lorenzo piedi grandi”, tutta costruita sul contrasto tra ritmo veloce e arpeggi di chitarre in minore, la potente “La sindrome di Lester Bangs”, accompagnata dai fiati da brivido dei Meganoidi, dove Toffolo si produce in una delle migliori recensioni rock che abbia mai sentito in vita mia (e che un giorno gli coverizzerò). Un disco rock, dicevo. Che amalgama il meglio della tradizione rock più animalesca, traendone un frutto fatto di stoppati rock’roll, urletti selvaggi alla Stones, malinconie alla Smiths. Niente di nuovo, dirà chi conosce e segue da tempo i Tarm. Sì, ma mai fatto così bene. Un disco che parla dell’adolescenza, certo, come tutti quelli dei tre friulani. Certo, ma mai come in questo l’adolescenza diventa simbolo della condizione esistenziale del periodo in cui viviamo: confusione, incertezza, precarietà che ci punta un dito sulla schiena, riducendoci alla schiavitù di mille euro al mese (“La poesia e la merce”, strepitosa invenzione che parte ballata rock e diventa gospel, la musica degli schiavi: “La libertà non si compera ma la possiamo cantare” è un verso epocale). Un album in cui la scena italiana celebra i Tarm, con la presenza già detta dei fiati dei Meganoidi, delle chitarre di Ru Catania degli Africa Unite e di Agostino dei Lombroso, del rap in francese della cantante Flora Michal, della voce di Marcella De Gregoriis, di Brian Ritchie dei Violent Femmes e degli Zen Circus (quest’ultimi nella cover degli Art Brut “Mio fratellino ha scoperto il rock’n’roll”). Ma la forza e l’evoluzione del suono dei Tre Allegri finisce per promuovere la scena stessa. “La seconda rivoluzione sessuale” si intitola il disco. È quella della confusione sessuale, che porta all’estremo lo sconvolgimento dei ruoli iniziato dal punk 77: “La sorella di mio fratello” vuole essere un uomo, ma è la sorella di chi canta o è chi canta? “La salamandra”, figura che torna un paio di volte, scopre la propria sessualità e si traova a lottare con la morale tradizionale. L’amore non può prescindere dal sesso (“Il mondo prima”, “Ninnanannapernina”), ma ”siamo tutti in amore con tutti / e il sesso complica”, anche se o proprio perché siamo “belli, nuovi, adatti tempo che cambia”, ognuno teso alla ricerca del proprio piacere (altro leitmotiv del disco). Epocale, questo cd, perché ritrae un’epoca cantandone l’insostenibile leggerezza. Disco della maturità. Ennesima dimostrazione di come la salvezza del rock’n’roll venga dalla provincia e non dalle (pseudo)metropoli italiane, compiendo un lavoro iniziato tanti anni fa dal Great Complotto. Lo diceva anche Lester Bangs, no?
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