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The Shins
Wincing The Night Away
2007
Sub Pop
di Mauro D'Alonzo
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Ci sono gruppi che si sbattono per anni e che alla fine raggiungono il successo non attraverso la porta di servizio, ma attraverso un ingresso collaterale. È il destino toccato agli Shins, che l’anno scorso hanno festeggiato il decimo anno di vita – si sono costituiti nel 1996 ad Albuquerque, nel New Mexico – e l’apice della popolarità l’hanno toccato grazie alle effusioni tra Natalie Portman e Zach Braff nel film “La mia vita a Garden State”. In questa sorta di pellicola generazionale, che tre anni fa ha riproposto i tentennamenti dei trentenni che di fronte ai crocevia della vita non sanno quale direzione imboccare, c’è una scena chiave in cui tra i due protagonisti comincia a germogliare un feeling sulle note di “New Slang”, estratto del secondo disco della band americana. Questo episodio ha rappresentato un vero e proprio volano che ha proiettato gli autori nell’empireo delle star, generando una certa febbrile curiosità per le mosse che ne sarebbero seguite. Tanto più che gli Shins erano attesi dalla terza prova discografica, che spesso gli addetti ai lavori accolgono con il fucile spianato e con una malcelata voglia di stroncarla. Ora che la terza fatica è stata partorita, si può ritenere che anche i critici più esigenti dovranno ridursi a più miti consigli. “Wincing The Night Away” è un variopinto puzzle in cui tutte le tessere del pop, da quello d’antan a quello di sapore più contemporaneo, si incastrano a meraviglia. Non ci sono vistose retromarce rispetto al passato; si avverte una maggiore insistenza su registri più crepuscolari e chi si diverte solo quando il pop è declinato in cifre giocose storcerà un po’ il naso di fronte ai tentativi di invasione dei sintetizzatori e della tastiere. Ma l’impronta, la sensibilità con cui gli Shins hanno sempre sfornato degli autentici gioiellini melodici non hanno subito flessioni. La chitarra è il mezzo espressivo prediletto e attorno alle magie del plettro sono intessuti undici temi che legano, con un unico filo rosso, passato e presente. L’abilità con cui l’incipit suadente di “Sleeping Lessons” è condotto verso un finale impetuoso e la chiusa di “Split Needles” danno ragione a quanti intravedono affinità con la new wave inglese. Però gli Shins ci hanno dimostrato di saper maneggiare con cura pure le melodie sixties e non ci sorprenderebbe vederli surfare al ritmo di “Australia”, che inizia con la stessa nonchalance dei Guillemots per poi virare bruscamente sulla solarità alla Thrills. I suoni distorti di “Pam Berry” ed il ricamo elettronico di “Girl Sailor” sono dei contentini agli amanti della sperimentazione. L’ago della bussola resta saldamente puntato sulle tracce dei Beach Boys: “Red Rabbits” sembra voler rendere omaggio a “Black Man Ray” dei China Crisis, ma poi si trasforma in una deliziosa filastrocca irrorata da una gentile spruzzata di archi. E qua e là affiorano i cori, ben calibrati in “A Comet Appears”. Il rischio che si corre quando le citazioni si accavallano è che il sound complessivo rimanga troppo abbarbicato a stilemi datati e non faccia molto per proporsi in un’ottica moderna. Il segreto è lo stesso che fa sì che altri nomi contemporanei attingano alla tradizione senza ricevere in cambio un’accusa di lesa maestà. Contano la freschezza ed una robusta razione di incoscienza, le stesse, per dire, alla base degli estri dei Pernice Brothers e dei Field Music, cui rimandano i due pezzi più eclatanti di “Wincing The Night Away”: “Phantom Limb”, giostra festosa che James Mercer potrebbe aver concepito dopo un lungo conciliabolo con Joe Pernice, e “Sea Legs”, fulminanti “stop and go” e arrangiamento orchestrale che farà saltare sulla sedia Andy Partridge. Fatele ascoltare il più possibile, magari pronunciando la stessa frase che Natalie Portman sussurra a Zach Braff: “Questa musica ti cambierà la vita”.
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19/02/2007 -
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