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Sono americani, vengono da Austin, Texas, e sono dediti ad una forma di psichedelia estrema, dura e pura. Si fanno chiamare The Black Angels e hanno tratto l’ispirazione per il nome sia da “The Black Angel’s Death Song” una nota canzone dei Velvet Underground di Lou Reed e John Cale sia da una frase scritta da Edvard Munch, il noto pittore norvegese, che definiva malattia, follia e morte come degli Angeli Neri che ci accompagnano da quando siamo nella culla fino poi al momento della nostra morte. Il gruppo è formato da Alex Maas, voce solista, da Nate Ryan, al basso elettrico, da Stephanie Bailey, alla batteria, da Christian Bland, alla chitarra elettrica, e da Jennifer Raines, alla “drone machine”. Dopo un fortunato e.p. di debutto, intitolato semplicemente “The Black Angels”, la band pubblica adesso “Passover”, il suo primo album, un disco cupo e difficile, che parla di vita quotidiana, ma per sottolinearne i momenti di orrore, distruzione e morte. C’è tanto amore per la dissonanza, e bisogna dire che si sente molto l’influenza dei Velvet Underground e anche dei Joy Division, su brani come “Sniper Of The Gates Of Heaven”, “The First Vietnamese War” e “Young Men Dead”, come d’altronde lungo tutte le composizioni inserite sull’album. Molto bella però risulta “The Prodigal Sun”, esotica, inquieta e distante, mentre quanto mai disperato e mortale si rivela l’ascolto di “Manipulation”. Se poi vi mettete ad ascoltare attentamente “Better Off Alone”, allora ci troverete molto dei Doors di Jim Morrison! Un album senz’altro valido e interessante, ma che rimane difficile definire “nuovo”, in quanto il recupero dei suoni del passato è una costante quasi ossessiva, un’ombra che permea tutti i brani di “Passover”, e va bene così, per carità!, ma allora quasi conviene rimettere mano al tanto amato cofanetto dei Velvet con tanto di banana sbucciabile!!!
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