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Brando è un musicista con un percorso artistico invidiabile. Vanta, infatti, una serie di aperture illustri per Simple Minds, Sting, Vasco e Brian Adams e una serie di produzioni con gente del calibro di George Cowan (Iggy Pop, R.E.M. e Metallica) Mauro Pagani e Gary Rindfuss (Bruce Springsteen - The River). La sua carriera da solista (in precedenza era con i Boppin’ Kids) inizia nel 1992 e da quel momento la sua fama cresce sempre più, portandolo a collaborazioni con Jovanotti, Morgan e poi ancora i palchi calcati all’estero assieme ai Primal Scream per uno show della BBC. Poi, un allontanamento dalle scene per dedicarsi alla produzione discografica da un punto di vista imprenditoriale. Ed ora, con tutta la carica del rock and roll delle radici, arriva questo disco assieme Congopower Trio: un concentrato di rock bello tosto, ricco di melodia, suoni e arrangiamenti moderni ma allo stesso tempo debitori verso generi come il garage, il surf, il punk più accessibile. Boogie Nights si articola in undici episodi messi in cornice da due momenti quasi strumentali, posti a inizio e fine disco. Poi, è tutta questione di chitarre, poderosi drumming e suoni da vintage roots music lavorati con una produzione moderna e accattivante. E poi i testi, sfrontati, ironici, arroganti e tipici di chi sa di avere l’occhio lungo e di aver vissuto pienamente fino a questo momento. Giochi di parole, storie raccontate che rivendicano senza rimorsi quello che Brando è stato finora (“Io non sono un santo e non lo sarò mai”). L’apertura è delle più felici: “Benedetto” presenta un tiro notevole, un testo che gioca molto sulle parole e delle aperture melodiche nel ritornello considerevoli. “Bye Bye” aggredisce con il suo testo volutamente politically incorrect, che viene cantato sull’asse basso/batteria. “Lucidità” invece è un pezzo più modaiolo, con una batteria che corre spedita verso quelle ritmiche in levare tipiche dell’odierna terra d’Albione: i sintetizzatori che ricamano sullo sfondo fanno il resto consegnando uno dei pezzi più efficaci dell’inero album. La rocciosa “Mario”, lenta e inarrestabile, paga il tributo al blues e alle chitarre taglienti e scivolose di Slash allo stesso modo in cui la successiva “Tale E Quale” guarda ai rotolanti ritmi del passato, condendoli con suoni vintage (organetti che offrono spunti qui e lì) e moderni (sporadici sintetizzatori che sembrano ululare durante il pezzo). Non c’è tempo per le ballate, non c’è modo di riflettere e ripiegare su se stessi: qui c’è solo rock, vecchio ma con abiti ancora buoni, che continua a far alzare il sopracciglio in segno di plauso. Un disco che guarda all’America dei neri e dei rocker, ma di quelli veri. Come Brando.
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