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(Overture) Ho constatato – di recente, per la verità - che mi piace molto di più leggere degli Who (libri, articoli, interviste, recensioni) piuttosto che ascoltare i loro dischi. Ho realizzato da un bel po’ invece, che gli Who hanno potuto godere, per anni e anni, di una costante sopravvalutazione, ben oltre le loro indubbie e molteplici benemerenze: due singoli iniziali elettrizzanti e rivoluzionari - “Can’t Explain” e “My Generation” del 1965 – un terzo album “Sell Out” del 1967 delizioso pastiche di pop e psichedelia, almeno un paio di facciate del concept “Tommy” del 1968 su cui peraltro molto si potrebbe disquisire - troppo pomposo? troppo diluito? – ed alcuni brani del rango di "classici" presenti su “Who’s Next” e “Quadrophenia” (1973). Detto questo, è almeno dai tempi di “Who By Numbers” – inciso quasi 32 anni fa! – che gli Who non pubblicano un album degno di essere sentito dalla prima all’ultima nota. E tuttavia, lo status di leggende del rock - a un tiro di schioppo da Beatles e Stones e decisamente al di sopra dei più longevi (e meno incostanti) Kinks - rimane, e, anzi, si accresce giorno dopo giorno.
(Amazing Journey) Il punto è che gli Who sono sempre stati al posto giusto al momento giusto. Suonare al Railway Tavern e al Marquee di Londra li fece automaticamente diventare una band simbolo, prima del granitico movimento Mod e poi dell’impetuosa Swinging London con base a Carnaby Street; guarda caso, erano a Woodstock il giorno in cui diedero una delle loro performance più efficaci e memorabili, ripresi dalle cineprese di Michael Wadleigh per il suo celeberrimo film che fece il giro del mondo; ed ebbero poi l’intuizione di ricavare un film dal loro concept-album “Quadrophenia”, giusto a coincidere con la fioritura della seconda stirpe Mod di fine anni 70 / primi ’80 capitanata da band quali The Jam e Secret Affair. E si potrebbero citare almeno un’altra dozzina di esempi.
(Pinball Wizard) Il punto, inoltre, è che le interviste rilasciate da Pete Townshend sono sempre state di un altro pianeta. Per anni il leader e songwriter degli Who è stato una manna per i suoi intervistatori, l’unico artista della sua generazione in grado di esprimere dei concetti articolati intorno al rock (questo sconosciuto) in maniera cinica, ironica e, soprattutto, godibile; inoltre, l’odissea di Pete Townshend, il ragazzo nasuto che “voleva morire piuttosto che diventare vecchio”, è stata oggetto di uno dei migliori libri biografici mai scritti sulla musica, “Before I Get Old” di Dave Marsh, davvero una lettura essenziale se possedete un minimo di interesse per la rock revolution dei tardi anni ’60 / primi ‘70. E torniamo così alla mia ipotesi di partenza, secondo cui – se venissi posto di fronte all’opzione - preferirei oggi rileggere “Before I Get Old” piuttosto che riascoltare, chessò, “Who’s Next”. Perché gli Who, prima di essere una band, sono (stati) una “idea”, con mille altre suggestioni che gli ruotano attorno, non necessariamente solo musicali. Propagate ai posteri, ovviamente, da quel geniale affabulatore che fa di cognome Townshend...
(Do You Think It’s Alright?) “Spero di morire prima di diventare vecchio” è un’affermazione che al suo autore è rimasta appesa al collo per anni, e che egli ha cercato di elaborare mutandone più volte il senso senza smentirla del tutto finché non ha dovuto cedere impietosamente alla dura realtà: Townshend e gli Who, a un certo punto, sono effettivamente diventati “vecchi” e, anche dopo la tragica scomparsa del fraterno amico e batterista originario Keith Moon nel 1978 (e due poco dignitosi LP targati The Who nei primi anni ’80), hanno continuato ad esistere solo come live act per portare a casa la pagnotta manco si trattasse per davvero del tipico lavoro da adulti “9 to 5”. Dopo la morte anche del bassista John Entwistle nel 2002, The Who – più che un gruppo “vecchio” – è diventato una sorta di entità dai contorni “zombie”-eschi che ha continuato a esibirsi quasi a dispetto del Destino e della Logica. E proprio nelle circostanze più difficili, i “sopravvissuti” sessantenni Pete Townshend e Roger Daltrey hanno scelto di riprovare a dar vita (5 lustri dopo l’ultimo, impresentabile “It’s Hard”) ad un nuovo album di studio a nome The Who: un’operazione dal background psicologico non dissimile da quella avanzata da David Johansen e Syl Sylvain, che dopo il decesso del (loro) bassista Killer Kane hanno deciso dopo lunghi anni di inerzia di assemblare un nuovo disco rispolverando il vetusto e glorioso marchio New York Dolls.
(Underture) L’impressione iniziale data dalla risultante della ritrovata voglia di Pete Townshend di scrivere e produrre un album per gli Who (ossia per Daltrey più sessionmen vari), questo “Endless Wire”, è che si tratti di un lavoro fatto da professionisti. E che Townshend presumibilmente abbia inteso replicare il “classic Who sound” di “Tommy”, “Who’s Next” e “Quadrophenia”, e ci sia riuscito alla perfezione. I rimandi al passato sono infatti tanti: il primo, chiarissimo, è quello dell’iniziale “Fragments”, un loop elettronico sulla falsariga di quello che apriva la mitica “Baba O’Riley” di “Who’s Next”. Ma mentre “Baba O’Riley”, poi, si sviluppava fino ad essere una delle migliori “rock tracks” degli anni ’70, qui “Fragments” non decolla mai, restando appesa al loop iniziale, e finisce per essere una prescindibile intro agli altri pezzi dell’album. Altrove sembra di tornare ai tempi di “Quadrophenia”: sono nello stile di “5.15” e “Can You See The Real Me” le nuove “Mike Post Theme” – che però appare forzata ed eccessivamente elaborata, un tipico difetto del compositore Townshend che negli ultimi tempi pare essersi acutizzato - e diversi – a tratti più incisivi - frammenti della mini-opera “Wire & Glass” che compone la seconda parte dell'album. Va detto però che “Endless Wire” non è solo una riproposizione di formule già esplorate, ma contiene anche episodi (per gli Who) anomali e sorprendenti: valgano per tutti: “A Man In A Purple Dress”, che è una stranissima folk-song alla Dylan, quasi una protest song contro il clero religioso - non solo cristiano ma anche ebraico ed islamico – dal testo però fin troppo diretto e privo di sfumature, cosa strana per un cervellotico come Townshend; “In The Ether”, cantata da Daltrey tutta di gola, che potrebbe essere quasi tratta da “Scott Walker 3” (o anche “4”); ed il frammento conclusivo “Tea & Theatre” che ricalca lo stile compositivo di un altro maestro del concept-album, l’ex-Pink Floyd Roger Waters. Andando a stringere, però, le “anomalie” succitate appaiono inutili e ridondanti, mentre la maggior parte dei pezzi alla “Who’s Next” e alla “Quadrophenia” sono molto ma molto inferiori ai loro predecessori degli anni ’70. E dal (probabile, a giudicare dalla cura per i dettagli) sovrumano sforzo produttivo di Townshend & Daltrey spiccano unicamente una manciata di pezzi. Si tratta, in primis, di “It’s Not Enough”, brano corale più sul versante pop alla Motown che su quello rock, con un gruppo di voci femminili che ripetono con insistenza il titolo nel ritornello dandogli una patina alla “Sympathy For The Devil”. E’ una gran bella canzone, ed è dai tempi di “Rough Boys” (1980) che Townshend non risultava così ispirato. Niente male neanche “Black Widow’s Eyes” – ispirata per ammissione stessa dell’autore dalla strage delle “vedove nere” di Beslan – con una melodia forte quasi quanto quella di “Behind Blue Eyes”. Accettabili, infine, alcuni episodi della mini-opera “Wire & Glass” (in particolare l’iniziale, “quadrophenica”, “Sound Round”) che, a ben vedere – nonostante il livello altalenante dei frammenti – si fa ascoltare dall’inizio alla fine. Tutto qua. Poi c’è anche roba tremenda, come la nenia “Two Thousand Years” e il frammento “Mirror Door” di “Wire & Glass” con una lirica in cui sono citati in rapida successione personaggi della musica quali “Howling Wolf and old Link Wray / Dave Van Ronk and Doris Day / Bobby Darin, Brownie McGhee / Elvis Buddy and Eddie C…” che mai avrei pensato di dover accostare a Pete Townshend. A Bono e agli U2, magari, ma a Townshend proprio no.
(We’re Not Gonna Take It) Su un piatto della bilancia, “Endless Wire” è palesemente un album degli Who, e contiene brani che solo Pete Townshend poteva partorire e suonare, e solo Roger Daltrey poteva cantare. Questo per molti – soprattutto nostalgici - sarà già un buon motivo per accoglierlo con entusiasmo. Sull’altro piatto, però, non si può sottacere che si tratta di un disco sostanzialmente inutile: le nuove (anomale) strade intraprese dagli Who sono infatti dei vicoli ciechi, mentre le cose migliori – come detto, una canzone e mezza più un frammento – non sono altro che la rielaborazione di cose già fatte e sentite tra il ’71 e il ’73. Forse Townshend e Daltrey avevano solo bisogno di apporre un decente epitaffio sulla storia della band, migliore di quanto non fosse stato l’inascoltabile “It’s Hard” del 1982. Se il (limitato) obiettivo era questo, è stato raggiunto in pieno. Ora che “the story is done” – come canta Daltrey nella conclusiva, elegiaca (e autobiografica) “Tea & Theatre”, ci sarà ancora spazio per qualche remunerativa tournèe mondiale, ma sul piano della discografia di studio, la storia degli Who probabilmente si conclude qui. Naturalmente, però, ad un aficionado di lungo corso degli Who come il sottoscritto, “Endless Wire” – che pure mi solletica in virtù del suo suono vintage – non basta; non può bastare. E confermo: piuttosto che riascoltarmelo per l’ennesima volta, preferisco andarmi a rileggere la magnifica intervista rilasciata da Townshend un paio di mesi fa al magazine inglese Mojo, dove il vecchio Pete discettava di Who, di rock e di questioni geopolitiche con la consueta, incomparabile arguzia.
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