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A metà tra l’incanto e certi sguardi misteriosi, un po’ come le fiabe russo-ucraine che lei ama tanto, un po’ come la sua voce leggerissima quando vuol essere dolce e intima, ma decisa e intensa quando si mette a nudo senza sotterfugi. Fox Confessor Brings The Flood è il quarto disco da solista di Neko Case che lo ha scritto e co-prodotto, e finisce con l’assomigliarle quasi trasmettesse una “fisicità musicale”. A tratti è paesaggio sospeso e racconto, un po’ biografico e un po’ fiabesco, a tratti sono lunghe galoppate in odore di deserto, di spazi aperti, di americanità. Scostandosi dalle frequenze power pop alle quali si era abituata da vocalist dei New Pornographers, c’è molta “americana” tra le righe di Fox Confessor: Dalla ballad che apre, Margaret vs. Pauline, condita da inserti jazzati, e un pianoforte misurato ma che c’è, eccome se c’è, e la voce di Neko che ci racconta con un pizzico di tristezza come “tutto è così semplice per Pauline”, alle tinte gospel di A Widow’s Toast, e quelle quasi spiritual di John Saw That Number. Gli inserti elettrici che sporcano l’impianto acustico degli arrangiamenti ci portano spesso in ambienti sonori a tinte sfumate . Così nella title track mentre seguiamo con circospezione il confessore delle volpi, capiamo che non tutto può essere raccontato e certi riverberi rarefatti e certi accordi minori trovano tempo e sapienza magari in un particolare sonoro che notiamo al decimo ascolto, così come nel passaggio di tonalità minore/maggiore che dà la cifra della canzone. Un coltello sporco e qualche macchia di sangue, quasi una vecchia litania ucraina a chiudere Dirty Knife; gli alberi immobili, nella tasca di lei una mano di lui, di lui che adesso non c’è più per Lion’s Jaws; un traffico lento, una piccola città e qualche ricordo di troppo nella conclusiva The Needle Has Landed. Neko Case tratteggia le armonie con pochi energici particolari cercando nella flessuosità della voce l’incedere più consono. Il resto lo fa l’”alt. country” dentro il quale sembra inevitabile decifrare il feeling generale dei suoni di tutto il disco. Con venature Calexico (suonano tra gli altri Joey Burns e John Convertino ) ma anche il prezioso apporto di un maestro come Howe Gelb (vedi alla voce Giant Sand) e il tocco esperto di Garth Hudson, della leggendaria The band al pianoforte, Fox Confessor, registrato a Tucson, Arizona ci fa respirare proprio quell’aria che sa di sabbia e di qualche vecchia america. L’ultimo granello lo lasciamo al momento più intenso tra tutti: Hold On Hold On, perfida nel suo incedere “tex-mex”, nelle sue chitarre sguainate e nel giro di accordi da potente country in tonalità minore. “Il posto più tenero del mio cuore è per gli sconosciuti”. Certo non è facile da dirsi, ma “il mio sangue è troppo pericoloso”. Qui la voce di Neko si fa nuda, oltre il riverbero che cerca inutilmente di nascondere le vergogne che non può dire: “Alla fine io ero la ragazzaccia” o qualcosa del genere, ma “è il demonio che amo ed è divertente come il vero amore”. Gli sguardi sinistri sono più insistenti, subdola e potente la melodia ci conquista e ci porta via, mentre le chitarre elettriche si inseguono su territori da vecchio west. Un piccolo gioiello, la canzone più intrigante dell’anno appena trascorso. La volpe confessore porta la tempesta, noi ci teniamo stretto questo disco e il fascino intrigante di Neko Case.
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