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Per “8 Mile” sono stati spesi aggettivi a dir poco roboanti quali “il Jailhouse Rock della hip-hop generation”, se non anche “la nuova febbre del sabato sera”. Per me, invece, “8 Mile” è soprattutto la constatazione che la lunga guerra (ormai ultra-ventennale) tra rock e rap per la supremazia nel cuore e nelle menti dei teenagers è terminata, con la (larga) vittoria del secondo. “8 Mile”, film e disco, arriva a celebrare quindi uno stato di fatto, con Slim Shady che approfitta del trionfo - suo e dell’hip-hop in generale - chiamando a raccolta alcuni tra i più importanti artefici di un successo che nell’ultimo decennio è stato ottenuto grazie ad una sapiente tattica di logoramento (del rock): in questo soundtrack compaiono Dre, Nas, Jay-Z, Gang Starr e Rakim, e se non fossero assenti Snoop Dogg e Wu-Tang, l’elenco dei pesi massimi del rap cosiddetto “mainstream” potrebbe dirsi davvero completo. Eminem – primattore, per chi non lo sapesse, nel film – riserva per sé la parte del leone: “Lose Yourself”, singolo in heavy rotation nelle radio di tutto il mondo, è semplicemente il “solito” straordinario brano che Shady abitualmente usa per trascinare i suoi album, al livello di un “My Name Is” o di un “Without Me”. Ma anche gli altri pezzi con cui il rapper di Detroit ci delizia non sono da meno: “8 Mile” e, soprattutto, la conclusiva “Rabbit Run” (ma Em avrà letto mica John Updike?) sono due gioielli che esaltano ed urticano come solo lui sa fare. Da dimenticare, invece, la lenta con inflessioni r’n’b “I Just Want To Love You” in compagnia dei suoi “protetti” Obie Trice (dei D12) e 50 Cent. I quali convincono di più nelle loro prove “solo”: Obie nella violenta e infarcita di epiteti “Adrenaline Rush”, 50 Cent nei due episodi “Places To Go” e “Wanksta”, che rivelano un rapper dalla vocalità assolutamente originale, un po’ alla Slick Rick. I D12 al completo (con tanto di Em e Obie) riscattano parzialmente l’opaco album dello scorso anno con l’incisiva e zompettante “Rap Game”, poi il soundtrack lascia spazio alle stars. Se Jay-Z risulta al di sotto del suo standard con “8 Miles & Runnin”, “Spit Shine” di Xzibit è hardcore rap della West Coast al massimo livello. Ed è più che positivo il ritorno di Nas con la minimalista “U Wanna Be Me”, dopo che i suoi ultimi iperprodotti lavori solisti avevano lasciato parecchio a desiderare. In “R.A.K.I.M” il “rappers’ rapper” Rakim riesce a superare l’ostacolo frapposto da una base non trascendentale, problema che non si pone invece per “Battle” dei Gang Starr, dato che le basi di dj Premier continuano ad essere tra le migliori in circolazione. La guerra è dunque vinta, e il rap a dispetto dei santi è diventato mainstream; il dilemma, d’ora in poi, consisterà nel non riposare sugli allori, ma nel cercare nuove vie verso l’evoluzione di un genere che negli ultimi tempi sta dando preoccupanti segni di scarsa creatività. Altrimenti, in futuro, gli appassionati potranno sentire il bisogno di frequentare con sempre maggiore frequenza i dintorni dell’underground, ed etichette quali Def Jux, Rawkus e Anticon, quelle sì, propense a sperimentare con nuove ritmiche e inedite trame vocali. E, chissà, un giorno potrebbe essere proprio quello il nuovo “mainstream”.
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