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Nuovo album per questa band originaria di San Diego, California, ma davvero lontana dagli stilemi vuoti e leggeri imperanti da quelle parti, che prevedono musica da ballo, spiagge, auto di grossa cilindrata, ragazze dalle grandi tette e divertimento. Il pianoforte di Tobias Nathaniel, l’anima ed il principale songwriter dei Black Heart Procession, è la vera linea guida di questo album, un disco dal sapore antico, fatto di composizione epiche, di temi musicali drammatici e laceranti quanto si vuole, ma comunque bellissimi. Brani come “The Letter” e “The Waiter n.5”, necessitano un ascolto ripetuto ed attento, ti conquistano senza ricorrere a ricatti, senza armi, restano impressi nell’anima, senza chiedere nulla in cambio, ma anche senza scampo. Non sembra un disco americano, dobbiamo dirlo, questo nuovo lavoro dei Black Heart Procession reca con sé atmosfere e gusti tipicamente europei, sofisticato e complesso nella ricerca dei suoni, poetico nelle liriche e nel canto, come sospeso in quello stesso “incantesimo” di cui si parla nel titolo. Ascoltando brani come “Places” e “To Bring You Back” non ci sembra neanche azzardato un accostamento a certe ballate intense e melodiche proprie di quel genio che è Daniel Johnston, stesse atmosfere decadenti, stesso lirismo epico, un qualcosa che va oltre il puro e semplice approccio rock, che però non tarda a farsi sentire all’interno di episodi più strutturati sul piano armonico e più sostenuti sul piano ritmico come “The Spell”, la title track dell’album, e “The Fix”. Un gran bel disco, una vera sorpresa in positivo, sembra che i Black Heart Procession abbiano davvero ritrovato la strada, dopo la mezza delusione del loro disco precedente. Da ascoltare.
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