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Pochi gruppi sanno calare un poker d’album iniziale come quello dei Decemberists: 2002, 2003, 2005, 2006; roba da genietti stakanovisti! Aprono con un grandissimo disco (“Castaways And Cutouts”), doppiano con un gran disco (“Her Majesty”) , triplicano con un capolavoro (“Picaresque”) e chiudono la giocata permettendosi qualche rischio con “The Crane Wife”, album sorprendente quanto complesso. Ad onore di Meloy e soci, poi, va segnalato che questo è il loro debutto per una major... avessero tutti il coraggio di firmare con una major e di rischiare così le uscite musicali sarebbero ben più interessanti di quello che sono. I fan più incalliti e puristi si preparino a sentire, tra i suoni più familiarmente ‘decemberisti’, suoni e strutture progressive anni ’70, esercizi new wave e dure chitarre alternative rock: certo non in tutti i pezzi ma, per chi era abituato solo a menestrellate marinare e a lievi ballate folk, lo shock è assicurato; viene da dire istintivamente “ma questo cosa c’entra?”, prima ancora di chiedersi se “questo” sia valido musicalmente e se un musicista, soprattutto dopo 3 dischi con lo stesso pedigree, non possa aver la voglia (ed il sacrosanto diritto) di espandere il proprio suono, di sbizzarrirsi e di inserire elementi diversi; io dico “cara grazia”! Specialmente se i risultati sono quelli che si raggiungono su “The Crane Wife”, album sicuramente impegnativo ma strapieno di sorprese e delizie pronte per chi abbia la pazienza di accostarvisi senza pregiudizi. Il disco si apre in pieno stile Decemberists con “The Crane Wife 3”, semplicemente deliziosa e caratterizzata da un continuo ma garbato drumming insistito. La seconda traccia del disco è composta da tre parti e dura 12 minuti: il paragone immediato è con i pezzi progressive anni ’70 di Van Der Graaf Generator, Genesis and company. E’ inutile spaventarsi perchè, di fatto, sono tre canzoni diverse che fluiscono naturalmente una nell’altra senza momenti morti, inutili virtuosismi o noiose fasi di collegamento: “The Island-Come And See” parte con accordi d’altri tempi e si materializza poi in un suono più riconoscibilmente Decemberists passando per secchi stacchi di chitarra abbastanza inaspettati. Un organo tipicamente seventies ci porta in “The Landlord’s Daughter”, pezzo dalle sonorità folk-prog avventurose ed avvincenti. “You’ll Not Feel The Drawning”, bellissima ballata delicata ed avvolgente chiude al meglio il “viaggio”. Appena il tempo di assorbire le emozioni del trittico succitato e ci ritroviamo catapultati in una delle canzoni più belle che i Decemberists ci abbiano mai regalato: “Yankee Bayonet (I Will Be Home Then)” è semplicemente magica e ci regala uno splendido e inatteso duetto tra Colin Meloy e Laura Veirs; ascoltare per credere. Segue “O Valencia!” che si pone appena al di sotto della traccia precedente ma è tra le cose migliori mai scritte dal gruppo. Dopo queste due tracce più tipicamente Decemberists troviamo la coppia di canzoni che ha probabilmente scandalizzato di più i puristi; “The Perfect Crime 2” sembra un incrocio tra i Gang Of Four meno violenti ed i Police degli inizi: ritmica reggaeggiante, basso funky e chitarra acidina negli assoli; la voce di Meloy e l’inconfondibile organetto tengono però il tutto nell’orbita Decemberists rendendo il pezzo un’ accattivante escursione in territori new wave. “When The War Came” è invece caratterizzata da dure chitarre arrabbiate come potevano esserlo quelle dei Cranberries più aggressivi e da un andamento sincopato e drammatico: pezzo anomalo per i Decemberists ma davvero bello ed emotivamente molto intenso. Seguono due canzoni che possiamo definire classiche nel loro suonare familiari alle sonorità cui i nostri ci hanno abituato ormai da anni: “Shankill Butchers” è una sommessa ballata acustica molto malinconica ma indimenticabile quasi al primo ascolto; “Summersong” è perfetto indie-pop ‘decemberista’ che si appiccica letteralmente al cervello. Troviamo poi “The Crane Wife 1 and 2”: la prima parte inizia piano con una chitarra acustica e costruisce progressivamente un crescendo con batteria, violoncello ed organo per poi sfociare in un pezzo abbastanza allegro con delicati campanelli che creano un’atmosfera quasi fiabesca (di fatto “The Crane Wife” si ispira ad una leggenda giapponese); la seconda parte è più lenta e raccolta ma è quasi psichedelica nel finale (qualcuno ha detto Neutral Milk Hotel??). Chiude il disco “Sons And Daughters” che riprende tipiche atmosfere folk e adotta una struttura ad accumulazione di strumenti, voci e suoni che porta ad un finale corale e psichedelico (di nuovo…Neutral Milk Hotel?) E’ difficile paragonare “The Crane Wife” a “Picaresque”: i due dischi sono troppo diversi anche se, forse, “The Crane Wife” è più completo poiché mantiene le caratteristiche di “Picaresque” ma va ben oltre. Insomma un album coraggioso ed ambizioso di fronte al quale io per primo sono stato più che dubbioso all’inizio, ma è normale: bisogna dargli un po’ di tempo... se lo merita perchè, alla fine, è uno dei dischi migliori di questo 2006.
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