|
Quasi due anni fa non aveva certo dato una svolta alla nostra esistenza l’esordio del quartetto londinese The Others, quel loro eponimo album che diede l’impressione di una combriccola furbamente saltata sul vincente carro dei Libertines, in possesso di poche idee originali e un solo pezzo realmente al di sopra della media (“Stan Bowles” – tra l’altro ispirata a Pete Doherty – buono davvero). Poco o nulla ci aspettavamo pertanto da questo secondo “Inward Parts” che, al contrario, è un lavoro potente – vigoroso - energizzante. A nostro avviso conta molto, sulla sua riuscita, il tormentato periodo trascorso nel frattempo dagli Others, che ha visto nell’ordine: la scarsa eco del disco d’esordio, il sempre più disordinato stile di vita del cantante Dominic Masters (una sorta di Doherty al cubo bisex), la cacciata da parte della casa discografica Poptones (quella di McGee, già scopritore di J&MC, Primal Scream ed Oasis nonché boss della leggendaria Creation), e l’accasamento con la minuscola label Lime Records distribuita Pinnacle. Nel giro di diciotto mesi, in breve, The Others sono stati estromessi dal giro che conta e relegati in un cantuccio: sono ora degli outsiders con poche speranze, e paradossalmente questo travaglio si riflette in positivo su “Inward Parts”, che è l’accorata espressione di un gruppo senza più nulla da perdere. Il bello di “Inward Parts” è che più lo si ascolta e più sembra provenire dalla Detroit Rock City degli Stooges o dalla Sydney dei Radio Birdman piuttosto che dalla swingante Londra odierna. In linea con i tempi, gli Others non lo sono di certo - se mai lo sono stati - e preferiscono ora gettarsi a ritroso verso le origini, verso l’essenza del rock’n’roll, senza più girarci intorno. Tanta rabbia quindi, e tanta malmostosità sia nella vocalità dilaniata di Dominic Masters che nel suono greve e “cicciotto” della chitarra di Johnny Others. E ritmo a mille, come se non ci fosse un domani. L’iniziale “The Truth That Hurts” – anche pubblicata come singolo apripista – offre ancora dei rimandi “brit”, ma possiede un “tiro” sconosciuto alla maggior parte delle contemporanee band della scena. E’ una bella “intro” che mette subito nell’umore giusto e predispone per “Guard My Kind”, che pare riecheggiare “Stan Bowles”, ma con l’importante differenza che qui Dominic Masters non ha più freni inibitori e si rivela per il grande vocalist che è – forse il migliore dell’attuale scena UK – forte, chiaro, rauco e con una grande urgenza di dire la sua. L’apertura di “Always Be Mine” fa andare con la mente agli Strokes; colpisce però il chorus, di una semplicità melodica inattesa, di quelli che ti si piantano in testa in men che non si dica: se servirà un secondo singolo, gli Others sanno dove andare a cercarlo. Poi c’è “Thick As Thieves”, swampy, sinuosa e atmosferica, sulle tracce dei meravigliosi Kings Of Leon di “A-Ha Shake Heartbreak”: tra Masters e Caleb Followill è davvero una bella sfida per il detentore della voce più malevola e viziosa… La successiva “Looking For A Product” è semplicemente il miglior brano dell’album, una furiosa cavalcata Detroit-style (il riff iniziale è un remake di quello di “Search & Destroy” degli Stooges) con un Dominic Masters scatenato nello sfogare tutto il proprio disappunto e la propria frustrazione nei confronti dell’industria del disco, con una lancinante strofa in cui lamenta che “They’re all looking for a product / but we don’t fit that mould / no we don’t fit that mould…” Dal vivo, non c’è dubbio, “Looking For A Product” sarà una bomba. A parte la scadente “I Got No Money” – che pare, testo e musica, buttata lì tanto per rimpinguare il disco – anche le restanti “Desolate”, “Why Should I Try”, “Watch It” e “Probate” confermano il giudizio più che positivo su una band ben piantata tra Stooges e Radio Birdman con qua e là giusto qualche opportuna spruzzata di brit-rock libertiniano a riposizionare l’incendiaria miscela nel nostro XXI secolo. E anche la (orribile, a dire il vero) copertina ribadisce il concetto di un album concepito ed eseguito con il cuore e con le viscere, piuttosto che con la mente rivolta ad improbabili (a questo punto) sogni di gloria alla Pete’n’Carl. Fra non molto Masters e i suoi si imbarcheranno in una lunga tournèe in terra britannica, ma sbagliano, eccome se sbagliano. Dovrebbero girare in lungo e in largo gli Stati Uniti d’America, piuttosto (e l’Australia, perché no) e state certi che laggiù troverebbero una nuova accogliente patria e le risposte (di pubblico, di critica) che fino ad ora non sono riusciti a convogliare dalle loro parti. Perché “Inward Parts” non è la solita accozzaglia di canzonette modaiole a cui gli inglesi ci stanno abituando, “Inward Parts” è – semplicemente – Rock And Roll. Roba buona, statene certi.
|