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Le Vibrazioni
Officine Meccaniche
2006
BMG Ricordi
di Stefano De Stefano
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Forse possono starvi antipatici per il semplice fatto di credersi la reincarnazione italiana di storici gruppi inglesi. Forse perché Francesco Sarcina è una personalità molto forte. O forse perché qualsiasi band nostrana che prova ad essere internazionale per immagine e qualità suscita l’ilarità di chi guarda solamente al mercato estero. Fatto sta che “Officine Meccaniche” è il miglior disco delle Vibrazioni. Un album che avrebbe scelto di uscire in vinile se ne avesse avuta la possibilità ma che alla fine spiazza tutti uscendo prima per il mercato dei telefonini. Ma questo non pregiudica il totale impegno della band nel ricreare canzoni e suoni che riportano a trenta anni fa. A cominciare dal titolo dell’album che richiama direttamente gli storici studi in cui è stato inciso (quelli di Mario Pagano), una consuetudine classica un paio di decadi fa, per finire alla scelta di lavorare in analogico e non in digitale, per ottenere un’aderenza tra le dimensioni live e studio e quella gamma di sfumature che fanno tanto vintage. “Officine Meccaniche” è zeppo di momenti che sanno di storia, a cominciare dai sapori floydiani di “Introduzione Ad Uno Stato Di Distacco Dal Reale” passando per un pezzo come “Dimmi” che sembra una rivisitazione del più canonico dei repertori dei Dik Dik. Melodie classiche, tanto beat e suggestioni che attingono a una varietà di influenze importanti. Battisti, Led Zeppelin, Pink Floyd e ovviamente Le Vibrazioni. È questa la caratteristica vincente dell’album: Le Vibrazioni sono quattro ragazzi ormai cresciuti, esattamente come la loro barba. Negli ultimi anni si sono diretti da soli, avendo rinunciato al proprio manager. Hanno attinto a piene mani dai suoni, i gruppi e i mezzi del passato ma lo hanno fatto restando sempre sé stessi. Canzoni come”Fermi Senza Forma” e “Se” sono già dei classici con la voce di Sarcina che è ormai un marchio di fabbrica grazie alla sua espressività. Spesso giocano con il funky (in “Sai” giocano a fare i R.H.C.P.); verso il finale esibiscono una certa teatralità nel vero senso del termine (“Drammaturgia”). Ma sempre con una precisa identità, la stessa che traspare da un look quasi barocco che risponde a tutti gli stereotipi concettuali di trenta anni fa. In alcuni pezzi ci sono dei precisi richiami che ritornano in modo ossessivo, come ad intendere l’intero album una serie di episodi legati tra loro. Un disco omogeneo, dove il sound è rock, la scrittura classica e romantica. La sensazione è quella di avere la band che suona live a te. E scusate se è poco.
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11/12/2006 -
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