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Yo la Tengo
I Am Not Afraid Of You And I Will Beat Your Ass
2006
Matador
di Andrea Salacone
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Scriviamo questa recensione con ancora nel cuore il concerto degli Yo La Tengo tenutosi più di un anno fa a Berlino, occasione in cui Ira Kaplan e compagni ci avevano strapazzato e allo stesso tempo carezzato le orecchie con una performance indimenticabile. Il nuovo album rappresenta l’ennesima prova convincente fornita da queste “icone” dell’indie americano, sospeso tra momenti di lirismo, deviazioni puramente pop e tracce più fragorose, a volte venate di psichedelia. Diciamo subito che il lunghissimo brano di apertura Pass The Hatchet, I Think I’m Goodkind (quasi undici minuti) non è esattamente esaltante, e potrebbe considerarsi l’unico passo falso del disco: Kaplan ci ammorba con la sua sei corde mentre il basso si produce in un giro ossessivo sempre uguale, e la batteria sostiene il tutto con pattern molto uniformi. Era successo anche a Berlino, nelle parti del concerto in cui quelli che sul palco avrebbero potuto essere grandiosi amplessi sonori “a tre” basati sull’improvvisazione di tutti i musicisti si erano ridotti a irritanti masturbazioni pseudo-rumoristiche “messe in scena” da Kaplan. Già dal secondo pezzo, però, le cose migliorano notevolmente: Beanbag Chair, caratterizzata da contrappunti di piano, interventi di trombone e armonie vocali sognanti, ci proietta nel mondo carezzevole degli Yo La Tengo, cui appartengono anche la malinconica I Feel Like Going Home, con piano e violino, le spumeggianti Mr Tough, Sometimes I Don’t Get You e I Should Have Known Better, e quel sussurro nel buio intitolato Song For Mahila. Atmosfere molto riuscite tratteggiano anche The Weakest Part, una delle canzoni migliori dell’album, The Race Is On Again – che ci ricorda la dolce Little Eyes presente sul precedente Summer Sun – e la lunga, affascinante (o insostenibile, a seconda dei gusti) Daphnia, uno strumentale dilatatissimo con il fantasma di John Fahey dietro l’angolo, giocato su un fingerpicking ipnotico mentre un piano e una chitarra elettrica fanno ghirighori in lontananza. Un altro disco di cui innamorarsi gustandolo un po’ per volta in tutte le sue sfumature, senza fretta.
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07/12/2006 -
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