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Kelly Joe Phelps è cantante di musica folk e “songwriter” di grande spessore, questo suo nuovo album è l’occasione giusta per avvicinarsi a lui in modo maturo ed apprezzarne sia l’abilità compositiva che il talento chitarristico. E’ un disco da amare, alla follia, oppure è il genere di cosa che fa ritrarre quanti hanno paura delle emozioni vere e del dolore. L’album è stato registrato a Vancouver in Canada, e vede la partecipazione di “special guest” del calibro di Steve Dawson, chitarrista e co-produttore dell’album, Keith Lowe, al basso acustico, Chris Gestrin al pianoforte e John Raham alla batteria. Le nuove composizioni sono tutte di valore assoluto, creature musicali semplici e delicate, ma che esigono rispetto e attenzione. “Crow’s Nest”, “The Anvil”, “Tight To The Jar” e “Red Light Nickel” sono delle ballate acustiche di grande fascino, gli arpeggi e la sezione vocale di “Spanish Hands” si portano dentro un male d’amore e sono quindi ancora più sofferti, mentre “Plumb Line” e “Big Shaky” sono dei blues acustici di buona levatura. Davvero sontuosi poi gli arpeggi di “Scapegoat”, una composizione solo strumentale, ma tutta da ascoltare, stesso discorso per “MacDougal”, un altro passaggio acustico, dedicato a Dave Van Ronk. “Loud As Ears” è una ballata d’altri tempi, un brano per chitarra e voce, con una vocalità bassa e profonda, inserita all’interno di una chiave melodica incontaminata e drammatica, un qualcosa che solo i grandi musicisti riescono a tirare fuori. “Handful Of Arrows” è un blues acustico mirabile e prezioso per chitarra banjo, un pezzo che l’autore nelle note di copertina dedica a Chris Whitley, mentre “Tunesmith Retrofit”, la “title track”, è un altro brano strumentale, carico di atmosfere alla Tom Waits, un pò decadenti ed inquiete. Procuratevi il disco, sdraiatevi sul divano, fate filtrare un po’ di luce dal buio, e ascoltatelo insieme ad un bicchiere di buon vino rosso.
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