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Blessed Child Opera
Happy Ark
2006
Delta/CNI
di Stefano De Stefano
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“Happy Ark”, ovvero un ventaglio emotivo messo in forma di canzone. Delusioni, debolezze, malinconia, rabbia e speranza: ogni moto dell’animo è presente in un disco, il terzo dei Blessed Child Opera, quanto mai vivo e ispirato. Nuovi musicisti accompagnano Paolo Messere nel suo viaggio di esplorazione dell’animo: Francesco Candia alle chitarre, Davide Fusco alla batteria e Michele Santoro al basso. Il risultato è un album di indie rock obliquo molto ben congeniato, a tratti così intenso da risultare epico. Paolo Messere ha un’anima estremamente folk e oscura allo stesso tempo, una sensibilità “dylaniata” (perdonateci il gioco di parole) che emerge dall’impianto generale delle canzoni che scrive. Il risultato? Undici episodi di indie rock catartico che veste, ora di sporcizia post rock e ora di retroguardia electro wave, uno scheletro quanto mai folk e pensoso. Canzoni che nascono essenzialmente acustiche e si lasciano successivamente contaminare da loops, samples, esplosioni elettriche e perfino suggestioni classiche nell’uso di certi strumenti (cello, clarinetto e vibrafono ad esempio). “Happy Ark” segue la linea evolutiva del precedente “Looking After The Child” del 2004 e sembra essere il punto più equilibrato del percorso artistico di Messere. Una nuova sensibilità pop emerge dall’ascolto delle canzoni, un’immediatezza che non è però smaccata o servile nei confronti del mercato. Una canzone come “It’s Possibile Something” squarcia il cielo della disperazione come un fulmine di speranza, con un ritornello aperto perentoriamente dalle chitarre elettriche e una coda strumentale che guarda con ottimismo a ciò che verrà. “Everything Touch Me” e “Polish Me” sono due gemme messe lì all’inizio del disco, morbida e dall’intenso crescendo la prima, diretta e impreziosita dal cello del Teatro San Carlo di Napoli la seconda. Un clarinetto e un vibrafono arricchiscono le malinconiche e romantiche trame armoniche di “To Be Another Queen” mentre c’è un trittico di canzoni che sembrano uscite da un disco come “Violator” o “Songs Of Faith And Devotion” dei Depeche Mode: “It Strucks Me”, “Minor Company” ed “Emily” sono emblematiche del lato electro-dark dei Blessed. E che dire della coda strumentale di “Words And Kicks”, impreziosita da un cello che fugge dalle violente chitarre elettriche esplose nel ritornello? Decisamente uno dei pezzi migliori disco perché sintetizza in sé tutta la varietà di atmosfere presenti nell’intero album (che ha però il difetto di essere un po’ troppo lungo nonostante contenga la media regolare di undici canzoni). Un’arca felice, solida e piena di provviste al suo interno questa di Paolo Messere. Un’arca pronta a salpare e affrontare il mercato italiano e internazionale, come era capitato già in parte con il precedente disco. Ma “Happy Ark” ha qualcosa in più, è di una bellezza disarmante e di una maturità cruciale per il classico terzo disco: potrebbe essere questo l’album della consacrazione per una delle più interessanti band nel panorama indie italiano.
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30/10/2006 -
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