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Si tratta di una cantante e compositrice giapponese, nata a Tokyo nel 1970, ma che a soli 23 anni d’età si è trasferita a New York, dove si è fatta conoscere prima come cantante e violinista dei Leitoh Lychee, una punk rock band, poi come “vocalist” dei Cibo Matto, una delle band più originali e creative dello scenario newyorchese. Recentemente ha collaborato con i Gorillaz e ha lavorato anche con Smokey Hormel, il chitarrista di Beck, in un progetto teso alla riscoperto in chiave elettronica del fascino della bossanova e del samba. La ritroviamo adesso in questo suo primo progetto solista, intitolato “Ecdysis”, nome preso in prestito dal processo di trasformazione e di mutamento della pelle negli insetti. Il disco prevede undici composizioni originali, tutte scritte, arrangiate e prodotte dalla stessa Miho Hatori, con il contributo in studio di Thomas Bartlett, alias Doveman, del bassista Sebastian Steinberg e del tastierista Mark de gli Antoni, due componenti dei Soul Coughing, e con Mauro Refosco alle percussioni, e con Jon Birdsong ai fiati. Brani come “Barracuda“ e “The Spirit Of Juliet” contengono sia elementi psichedelici che un nutrito ricorso all’elettronica, ma le atmosfere risultano poi piacevolmente jazzate. Miho adora le trasformazioni, i cambiamenti e i forti contrasti, non sta mai troppo tempo ferma sulle stesse cose, è da sempre innamorata delle combinazioni più strane e bizzarre, provoca con scelte paradossali e le sue canzoni possono sembrare al tempo stesso intime e distanti. A metà strada fra la prima Laurie Anderson e Bjork, la musica di Miho Hatori potrebbe ben essere definita come un rivisitazione del Pop attraverso sperimentalismo e avanguardia, tanto è piena di contaminazioni e suggestioni diverse. Una composizione come “Sweet Samsara Part 1" e Part 2” mette in risalto l’eclettismo dell’autrice, che è capace di muoversi con garbo ed eleganza anche nell’ambito della “world music” propriamente detta. Da segnalare infine “A Song For Kids”, il riadattamento di una filastrocca giapponese per bambini, un brano di “electro dance” talmente accattivante che neanche ti accorgi che non è cantato in inglese!
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