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Bando alle timidezze e diciamolo forte e chiaro: Conor Oberst, 22 anni, originario di Omaha in Nebraska, è un talento colossale. E il veicolo (uno dei veicoli) per le sue invenzioni musicali si chiama Bright Eyes: in realtà non un vero e proprio gruppo, ma una varietà di musicisti che Oberst assembla di volta in volta a seconda delle sue esigenze. Prima di "Lifted…", Oberst aveva operato codesto assemblaggio già tre volte, per album chiamati "A Collection Of Songs", "Letting Off the Happiness" (entrambi usciti nel 1998) e "Fevers And Mirrors", che nel 2000 rivelò il singer/songwriter al grande (?) pubblico, nella sua capacità di scrivere grandi canzoni pop (e talvolta folk). Poi c'è anche il progetto Desaparecidos, più rock, ma è già un'altra storia. Il giovane Conor si ripresenta oggi con "Lifted.." eccetera, ed è gran disco, che alterna canzoni ultra-acustiche nella vena del Dylan del Greenwich Village ("The Big Picture" e "Don't Know When But A Day Is Gonna Come") o anche dello Springsteen di "Nebraska" (!) - a dissertazioni pop di una purezza cristallina ("Method Acting" e "Bowl Of Oranges"), sostenute da accompagnamenti orchestrali che sanno di buon tempo andato. Tra i due filoni in cui i Bright Eyes si muovono, è di lunga meglio il secondo, anche perché di epigoni del grande Dylan è pieno il mondo, mentre la canzone pop perfetta è una pepita sempre più difficile da scovare. Aldilà di Mr. Zimmerman, se devo trovare qualcuno a cui paragonare Conor Oberst mi viene in mente lo scozzese Roddy Frame, che quando pubblicò l’indimenticabile e indimenticato "High Land Hard Rain" come Aztec Camera nel 1983 aveva ancora meno anni dell’omahano (19, per l'esattezza). Questo per quanto riguarda il talento, e la capacità di comporre melodie limpide quali quella del singolo appena tratto dall'album "Lover I Don't Have To Love". La voce di Oberst, invece, ricorda a tratti quella di Robert Smith dei Cure, benchè la differenza di accenti sia inequivocabile. Tra i difetti, invece, una eccessivo inamoramento per il vocabolario d’inglese, che a tratti rende le canzoni un pò verbose (come nel primo Dylan), mentre gioverebbe una maggiore stringatezza. E anche il fatto che Oberst, tutto sommato, è un lesto ladruncolo di melodie altrui, il che però non è tanto un difetto, dato che gli conferisce una patina post-moderna e, in definitiva, lo rende ancora più apprezzabile. Coglietelo oggi, questo talento. Non glielo auguro, ma potrebbe sfiorire presto, come il Roddy Frame di cui sopra.
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