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Dj Shadow
The Outsider
2006
Island
di Michele Cavagna
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Si resta come minimo perplessi ascoltando il terzo disco ufficiale di DJ Shadow: l’ipotesi ottimistica è che ci siano molte cose che non cogliamo, quella pessimistica è che cogliamo benissimo tutto. Bisogna innanzitutto evitare l’atteggiamento snob del dopo “Endtroducing” (’96), album che aveva elevato DJ Shadow ad una specie di divinità al di fuori del tempo e dello spazio (anche se proprio queste erano le qualità di quel disco…); si rischia altrimenti di lanciare il cd (letteralmente!) dalla finestra a metà del primo ascolto. Troppa gente si è sentita talmente vicina a quel DJ Shadow che quello di oggi sembra un vecchio amico a cui non frega più niente di te: in realtà Josh Davis (così si chiama) non conosce i suoi vecchi fans uno per uno ed è pure plausibile che non gliene importi niente di ciò che costoro possano pensare dei suoi lavori; e va bene allora, vorrà dire che scriverò solo una volta la seguente frase (e non dieci volte come vorrei!): questo disco sparisce quasi completamente di fronte a gran parte della produzione precedente del nostro. Basta, l’ho detto e non se ne parli più! Disco mediocre dicevamo, che mischia un sacco di cose in maniera tanto sorprendente quanto fuori luogo a parte pochissime eccezioni (non così eccezionali, tra l’altro). La misteriosa intro sembrerebbe preludere ad un disco pieno di atmosfere sospese e cariche di fascino…ci troviamo invece al cospetto di una seconda traccia che sembra presa dal catalogo Motown, ha i suoi meriti ma non è altro che uno scolastico revival soul/funk anni ’70 (insomma, piuttosto compratevi “Superfly” di Curtis Mayfield o “What’s Going On” di Marvin Gaye). Seguono quattro pezzi che sembrano invece presi dal catalogo No Limits (!), sia per il tono delle basi che per il rap scadente che vi troviamo: avete capito bene, per la prima volta in un suo album ufficiale DJ Ombra permette a degli MC di intervenire sulla sua produzione; l’effetto nell’insieme non è proprio dei migliori. Produzione alla Dirty South, quindi, che comunque non impressiona quasi mai a parte, forse, in “Seein’ Thangs”, dove David Banner si scaglia con rabbia un po’ naïf contro l’indifferenza con cui è stato gestito il dopo uragano Katrina a New Orleans. Troviamo poi “Broken Levee Blues”, 2 minuti di sola chitarra blues alla Muddy Waters: non si capisce proprio a cosa o a chi serva qui e da dove venga fuori. “Artifact” è un aggressivo ed ultra veloce strumentale che suona come una versione hip-hop di un pezzo hardcore-metal con tanto di chitarre: mah…in sé può anche essere interessante, magari però in un album di outtakes o di b-sides. Segue “Backstage Girl”: 7 minuti di riff di chitarra blues/rock e batteria accompagnano uno spoken word abbastanza intrigante ma veramente troppo lungo. I cinque pezzi seguenti sembrano presi dal primo disco del progetto U.N.K.L.E. che comprendeva Shadow e James Lavelle con ospiti dalla scena rock indipendente; in particolare “Erase You” e “You Made It” ospitano un certo Chris Carter che tenta in ogni modo di sembrare il cantante dei Coldplay: roba non male in assoluto ma infastidente e già sentita anche per gente paziente. Chiudono il disco due esercizi di hip-hop contemporaneo sempre abbastanza tamarri ed insignificanti, con rapper fuori posto (addirittura Q-Tip sembra non c’entrare niente qui), ed un remix di “3 Freaks” dove ci si stupisce di non sentire gente come Lil Jon o Chingy! Uomini avvisati…non buttate i vostri soldi, e se proprio ci tenete cercate di ascoltare prima di procedere all’acquisto: potrebbe essere mooolto doloroso.
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09/10/2006 -
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