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Il quinto album di Ludacris in sei anni (escludendo le due uscite con la sua crew ‘Disturbing Tha Peace’) non aggiunge né toglie molto a quello che già si sapeva del rapper di Atlanta: personalità da vendere e ottima tecnica personale nel flow che è dope e divertente come sempre. Ciò che caratterizza le sue uscite è la sua provenienza; Luda viene dal sud, il cosidetto ‘Dirty South’, di cui è uno dei massimi esponenti: spesso (Outkast e poco altro a parte) le produzioni tipicamente “sudiste” sono molto vicine al soul, all’ R&B e/o ad una certa attitudine tamarra che strizza l’occhio alla West Coast rielaborandone di solito soprattutto gli aspetti più deteriori e commerciali. Detto questo non si vuole assolutamente squalificare una scena ma solo sottolineare come i suoi prodotti (a volte di ottimo livello) siano spesso viziati da elementi che ne condizionano il risultato globale finale. Nel caso di “Release Therapy” queste caratteristiche tipiche del genere sono gestite con attenzione ed equilibrio rendendolo un ottimo esempio di come il ‘Dirty South’ possa sfornare buoni dischi senza snaturare la sua identità. Rimane comunque la sensazione che il flow potente e carismatico di Luda venga valorizzato meglio da produzioni più dopate che da altre cariche di accenti più morbidi e soul (ma è anche, e soprattutto, questione di gusti). Il disco sembra musicalmente diviso in due parti: una prima più dura ed aggressiva, e una seconda dove, a parte qualche eccezione, i tempi rallentano e la produzione si fa più morbida. In tutto questo il rap di Ludacris rimane sempre deciso ed incisivo, anche sui beat più soul; insomma, non c’è traccia di romanticismi inutili e strizzatine d’occhio all’ascoltatore. Si parte benissimo con l’ottima intro “Warning” caratterizzata da un sample di fiati in loop che “carica la molla” del disco al meglio. Luda entra con una potentissima serie di 8 linee, una dietro l’altra, che rimano tutte con lo stesso suono come a dire “sono tornato! sono sempre qui!”. La seguente “Grew Up A Screw Up”, con Young Jeezy, comincia subito con uno scuro sample di Notorious BIG con fiati minacciosi in sottofondo che costituisce anche il ritornello del pezzo. “Money Maker” vede Pharrell alla produzione oltre che alla voce nei chorus; anche qui, oltre a delle belle percussioni caraibiche, a farla da padrone sono dei sample di fiati che caratterizzano gran parte della traccia in maniera davvero interessante. “Girls Gone Wild” passa all’uso di suoni prettamente digitali sopra ad una ritmica latineggiante; i suoni dei sintetizzatori sono abbastanza acidi ma perfettamente organici al tono del pezzo che ha un ottimo tiro: c’è da giurare che, insieme alla precedente “Money Maker”, la sentiremo spesso sulle piste di molti club. “Ultimate Satisfaction”, con i Field Mob, si mantiene su suoni acidi ed abrasivi ma la ritmica rallenta parecchio; si sente, tra l’altro, nominare Lupe Fiasco in una rima. La parte più “dura” del disco si chiude con la calma ma potente “Mouths To Feed”: tornano alcuni sample di fiati che creano un’ atmosfera veramente intensa e “carica” come carichissimo è il rap di Luda (ogni verso sembra un ceffone in faccia!); a parere di chi scrive forse il pezzo migliore del disco. A questo punto “End Of The Night” apre la fase musicalmente più soft del disco; il cantato è qui affidato a Bobby Valentino: il pezzo è lento e soul con un sample di chitarra acustica che lo accompagna per tutta la sua durata; Ludacris, invece, rimane spocchioso e provocatorio. La seguente “Woozy” continua sullo stesso livello ed ospita nientemeno che R.Kelly; questa volta il beat è impreziosito da un pianoforte, un basso profondo e dei sample di tromba: decisamente la traccia più romantica del disco; anche qui comunque il rap del nostro non perde assolutamente in incisività. In “Tell It Like It Is” e “War With God” si parla del mondo dell’hip-hop, della competizione tra artisti e dei finti rapper che sono solo montature; le basi sono calme e tranquille ma chi rappa non lo è per niente, anzi, sembra parecchio incazzato. “Do Your Time” è piuttosto tesa e cupa nella base anche se i tempi restano piuttosto lenti; vi partecipano Beanie Siegel, Pimp C e C-Murder, tutti piuttosto efficaci su questa traccia scura. “Slap” torna molto soul ma è bilanciata da alcuni sample di chitarra elettrica che le conferiscono un’atmosfera abbastanza preoccupata: Luda ci parla qui di quanto può essere duro a volte vivere negli States. Decisamente drammatica “Runaway Love” (con Mary J. Blige) dove, sopra un beat abbastanza tosto ma dall’atmosfera triste, vengono raccontate le storie di tre bambine: storie di emarginazione, povertà, problemi familiari, violenza, droga…queste giovani donne vogliono solo “scappare via da tutto quello che è la loro vita”; un pezzo veramente emozionante che non scade mai però in retorica fine a sé stessa. Il disco si chiude con il gospel-soul di “Freedom Of Preach”: ad un certo punto qui Luda dà addirittura la parola ad un predicatore che, mentre il gospel continua, parla di come tutti dovrebbero cambiare e capire quali sono le vere priorità della vita. Può piacere o no ma anche questo è il retaggio del sud degli USA e Ludacris omaggia chiaramente la sua terra ed i suoi valori. “Release Therapy” è un buon disco, confezionato molto bene e con pochissime cadute di tono. Resta valido però il discorso sui diversi registri di suono ed atmosfera che vi si possono trovare: non aspettatevi un disco a senso unico, insomma, ma un disco che miscela molto bene quelle che sono le caratteristiche della scena da cui proviene. Ludacris, poi, è sempre lui ed è in ottima forma.
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