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Nostalgia per i bei vecchi anni ’90, decade di pace, prosperità, scandali a sfondo sessuale, “information superhighways” e tonnellate di canzoni “low-fi” dalle melodie volutamente oblique? Don’t panic, perché atmosfere e suggestioni di quella che secondo chi scrive resterà impressa nella memoria come la decade d’oro dell’indie-rock, sono tornate tra noi sotto le sembianze dell’album che è – probabilmente – l’esordio dell’anno, “The Loon” dei Tapes’n Tapes. Per andare sul dettaglio, i Tapes’n Tapes sono un giovine quartetto (composto dal leader Josh Grier alle vocals e chitarra, Jeremy Hanson alla batteria, Matt Kretzmann alle tastiere ed Erik Appelwick al basso) originario della gelida nordica Minneapolis, la “twin city” che in passato diede i natali ai Replacements, agli Husker Du e finanche a Prince. Questo loro primo album “The Loon” fu in verità pubblicato oltre un anno fa per la locale Ibid Records, facendo un po’ di rumore solo a livello di bassifondi; la grande svolta è arrivata però solo di recente, con le persuasive performance di Grier e soci alla cosiddetta “fiera della musica alternativa” South By SouthWest che si tiene ogni anno ad Austin, Texas, a seguito delle quali la potente etichetta XL ha deciso di ripubblicare, distribuire e promuovere in tutto il mondo “The Loon”. Ed eccolo qui, sui nostri lettori CD aldilà dell’oceano Atlantico, il suddetto “The Loon”, in tutta la sua magnificenza. “Insistor” forse la conoscerete già, è un singolo “classico”, dall’incedere combat-rock con atmosfere tex-mex. Grier peraltro nel cantato pseudo-psicopatico ricorda i Pixies di “Nimrod’s Son”, però non è un pezzo particolarmente rappresentativo del contenuto di “The Loon”: in generale, infatti, il sound dei Tapes’n Tapes è una vasta e sapiente mescolanza del meglio dell’indie-rock del passato più e meno recente: si passa da Stephen Malkmus a Frank Black a Lou Barlow, ma alcune melodie risultano talmente magistrali che viene da chiamare in causa perfino Brian Wilson. L'asso nella manica di “The Loon” però, è l’incredibile cura di Grier e Co. (testimoniata fin dall’indimenticabile “art-work” della copertina): un’immensa certosina cura nella composizione, nei suoni e negli arrangiamenti, come quasi mai è dato di sentire dalle (per la maggior parte) sciatte e rozzamente imitative band della scena indipendente odierna. E’ sterile fermarsi più di tanto a descrivere la freschezza e l’ingegnosità della frenetica – “pixie-ana”- “Cowbell”, forse il vertice compositivo del disco; superfluo raccontare del formidabile vibrafono “lounge” che apre “In Houston”; inutile sottolineare le infinite sfumature dello strumentale “Crazy Eights”, quasi una micro-jam in formato indie-rock. Dettagli: ma sono proprio questi che spesso trasformano l’onesto lavoro di un artigiano in un capolavoro. Non serve pertanto indugiare oltre: bisogna sentirlo, “The Loon”, dal primo all’ultimo minuto, e possibilmente dedicargli un briciolo dell’attenzione che i Tapes’n Tapes hanno posto alla sua creazione. Bastano due, tre ascolti, e vi assicuriamo che in un nulla si resta agganciati. E’ insolito che una banda di neofiti arrivi all’appuntamento con l’agognato “primo album” con la compiutezza e la maturità dimostrata dai Tapes’n Tapes nel loro esordio. Ce ne deriva stupore, ammirazione e una certa qual voglia di sbilanciarci asserendo che “The Loon” è - e probabilmente resterà, tranne miracolosi inserimenti in zona Cesarini - “il” disco indie del 2006. Non fatevelo mancare.
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