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Apprendo con soddisfazione dell’atteso ritorno d’un grande anche se poco conosciuto chitarrista - Steve Tibbetts - e mi domando come mai sia potuto accadere che un così grande artista non abbia ancora ricevuto lo spazio e la visibilità che si merita, visto l’alone di leggenda che gravita intorno al suo personaggio: una sorta di profeta errante, di mago/stregone delle sei corde. Steve Tibbetts è solito viaggiare in lungo e in largo per il mondo: Tailandia, Malaysia, Bali, Nepal, Tibet. Qui sperimenta nuove sonorità, studia e approfondisce strumenti inediti, accumula idee, materiali, registrazioni, si occupa di “risonanza”, esplora le infinite possibilità della “ripetizione” e del minimalismo. Molti anni prima lo aveva fatto anche Steve Reich, ma senza le implicazioni esistenziali di Tibbetts. “A Man About A Horse” è dunque un lavoro che nasce da una gestazione lunga e sofferta, fatta di eremitaggi, silenzi e viaggi in cerca di ispirazione, straordinariamente ricco di suggestioni, fantasie, paesaggi. Quasi un manifesto programmatico, tant’è la mole di idee e di innovazioni musicali che come al solito Tibbetts riesce ad esibire in uno stile unico e visionario, tramite il quale le chitarre elettriche ed acustiche (perché egli le usa entrambe, alternandole con la massima disinvoltura) diventano strumenti percussivi di rara efficacia, dagli effetti stranianti, ipnotici. Imperniato intorno al suono della chitarra, “A Man About A Horse” è un lavoro profondo ed al tempo stesso etereo, ben strutturato e comunque libero da qualsiasi schema musicale predeterminato. Tanto che risulta persino difficile etichettare Tibbetts all’interno di una qualsivoglia categoria di musicisti e/o chitarristi. Le sperimentazioni di Tibbetts non hanno nulla a che fare con le gelide astrazioni di Fripp né con l’intellettualismo poliedrico di Frisell né col virtuosismo esuberante di Vai e neppure, come si potrebbe supporre, con l’irrequieto misticismo di McLaughlin. Semmai incarnano la profeticità di Hentrix (Third Stone From The Sun). Ma col trascorrere degli anni la musica è diventata più meditativa. In “A Man About A Horse” Tibbets svolge - con le chitarre - un lavoro di ricerca analogo per certi versi a quello compiuto con ben altri strumenti da Brian Eno: l'uso innovativo dei rumori, la sovrapposizione delle tracce musicali allo scopo di ottenerne sequenze ipnotiche, gli incredibili effetti sonori ottenuti attraverso l’alternarsi delle chitarre elettriche ed acustiche, l’incredibile pulsazione ritmica creata dalle percussioni e dal basso. Alcuni accostano il suo stile alla world music, altri lo paragonano invece alla ambient music. Eppure Tibbetts, agli occhi di un ascoltatore più attento e consapevole, non è nessuna delle due cose. Semmai si volessero fare degli accostamenti (inutili peraltro di fronte ad una musica che trascende i generi), allora bisognerebbe affermare che Tibbets tesse delle trame sottili e perspicaci che lo portano a lambire tanto i territori dell’una che dell’altra, fino ad anticipare con largo anticipo la stessa New Age: cosa del tutto normale che per un esploratore congenito come lui. “A Man About A Horse” si differenzia tuttavia notevolmente dai suoi lavori precedenti, pur rappresentandone un’efficace sintesi ed un punto d’arrivo. “Northern Song” riusciva ad incantare gli ascoltatori per le atmosfere delicate e gli ampi spazi, il successivo “Safe Journey”, era invece una vertigine continua di suoni fuori dal comune, rumori misteriosi e ritmi complessi: un album onirico, carico di emozioni e metamorfosi psichedeliche. Soltanto a partire da “Big Map Idea”, del 1989, Tibbetts sembra voler planare verso una maggiore tranquillità interiore. “The Fall Of Us All “ (1993), l’ultima fatica discografica prima della pubblicazione di “A Man About A Horse”, è infatti un album disteso, dove il musicista si spinge ad esplorare le infinite possibilità dell’elettroacustica e della “risonanza”. In ogni caso “A Man About A Horse” è la conferma che le intuizioni musicali dei precedenti albums sono ormai diventate una costante della musica di Tibbetts. Le continue manipolazioni del materiale sonoro, attinto dai lunghi viaggi in Oriente, all’interno di monasteri buddisti o spesso addirittura per strada, nei villaggi o nelle campagne, producono ancor oggi effetti così stranianti, che la musica sembra provenire da altri mondi o dimensioni. Ovunque nell’opera di Tibbetts si respira un’aria di viaggio mentale ai confini del tempo e dello spazio. Complessità, bellezza ed originalità sembrano essere le caratteristiche salienti di questo nuovo lavoro, che non smette mai di stupire l’ascoltatore, tanto che non si può fare a meno di pensare alla musica di Tibbetts come a qualcosa che travalica il concetto stesso di musica e di genere, per contemplarli entrambi o meglio dissolverli, come è giusto che sia, nelle profondità del sentire interiore, della mente ed in definitiva del suono.
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