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The Veils
Nux Vomica
2006
Rough Trade
di Mauro D'Alonzo
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Deve essere un tipo per niente facile, Finn Andrews. Dopo i lusinghieri giudizi incassati da “The Runaway Found”, ci si aspettava che il talentuoso ragazzo cresciuto in Nuova Zelanda avrebbe confermato la squadra che lo aveva aiutato a superare senza troppi patemi d’animo le insidie dell’esordio. Invece, dopo gli elogi, Oli Drake, Ben Woollacott e Adam Kinsella sono stati senza troppi riguardi accompagnati alla porta e, per il secondo progetto discografico, il figlio d’arte (suo padre Barry è stato il tastierista degli originari XTC) ha deciso di affidarsi ad uno stuolo di collaboratori interamente rinnovato: Sophia Burn (basso e voce), Liam Gerard (piano e organo) e, non in pianta stabile, Henning Dietz (batteria) e Dan Raishbrook (chitarra). Il repulisti non è solo figlio dell’indole irrequieta del leader, ma deriva anche dalla sua volontà di imprimere un’autentica svolta al sound dei Veils. Volontà che si percepisce già assaporando i primi istanti di “Nux Vomica”: “Not Yet” è un attacco secco e vigoroso e fa immediatamente capire quanto il disco vada alla ricerca di un orizzonte stilistico diverso. Di “The Runaway Found” era prontamente diventato familiare il timbro oscillante tra l’energico ed il malinconico e tra le sue note più positive si era segnalata la voce di Finn, capace di solcare l’anima di ciascun brano con i suoi acuti profondi e talvolta strazianti. Le formule di “Nux Vomica”, al contrario, sono più sfaccettate e ricche di accenti e coniugano, oltre all’alternative pop infarcito di chitarre, il folk caldeggiato da Bob Dylan, il marchio cantautorale di Leonard Cohen ed il lirismo di Jeff Buckley. Gli innamorati di “Lavinia” potranno al massimo consolarsi con le sfumature melodiche della parentesi segnata da “Calliope!” e “Advice For Young Mothers To Be”, ma le tinte melodrammatiche sono ormai una cartolina sbiadita del passato. I Veils buttano il cuore oltre l’ostacolo e si mettono alla prova con generi che si riteneva fossero estranei alla sensibilità di Andrews: “Jesus For The Jugular” è un blues corrosivo dietro al quale sembra di scorgere il ghigno di Robert Plant e l’inseguirsi di pianoforte e chitarra rimanda alle trame migliori di “Howl” dei Black Rebel Motorcycle Club. La ciliegina sulla torta la mettono poi l’andamento ondivago di “Pan” e le tenebre di “One Night On Earth”. A Finn Andrews è spesso riconosciuto lo spirito del narratore dolente che fustiga l’egoismo contemporaneo e riflette sulle ansie di questi tempi irrisolti. Difficile mettere in discussione tale valutazione, con la quale curiosamente collima pure il significato del titolo: la noce vomica è una pianta asiatica i cui estratti sono prescritti a persone il cui quadro nervoso è soggetto a frequenti scossoni. Nelle incertezze e nei disorientamenti raccontati da “Nux Vomica” si riflettono le peregrinazioni spirituali dell’autore, cui la biografia ascrive un’educazione impregnata di valori cattolici. Il carattere impulsivo tradisce in realtà una fragilità emotiva che Finn Andrews non fa nulla per nascondere nelle sue composizioni. E, oltre alla sincerità, stavolta gli va dato atto di aver scelto delle soluzioni musicali ricercate che, dopo ripetuti ascolti, c'è da scommetere che molti giudicheranno avvincenti.
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25/09/2006 -
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