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The Elms
Chess Hotel
2006
Universal South
di Stefano De Stefano
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Fermi tutti: siamo tornati agli anni Settanta. Ancora una volta. Ci guidano stavolta The Elms, quartetto con una storia travagliata alle spalle. Con il nome Just Visiting pubblicano due album di Christian pop rock, poi decidono di cambiare nome nel 1999. Da allora con il nome Elms hanno registrato quattro dischi, andando verso un rock di chiara derivazione hard. Radici seventies, sound sporco e riff nella più chiara tradizione rock sono state le nuove carte vincenti del quartetto guidato dai fratelli Christopher e Owen Thomas. Chess Hotel arriva a quattro anni dal precedente tour con Peter Frampton e lo fa presentandosi nel migliore dei modi: chitarre e batteria in primo piano, energia e attitudine a pestare duro. Nel complesso una produzione molto convincente. Certo, è sempre il sano e vecchio rock and roll che resiste imperterrito all’ondata dei nuovi gruppi modaioli, di questo potete stare tranquilli. Pezzi come “I Am The World” e “Who Puts Rock & Roll In Your Blood” sono dei veri e propri calci nei denti grazie a quelle chitarre bluesy e quell’atmosfera da arena rock degli anni Settanta e Ottanta; rock da palude, da vivere sudando e dandoci dentro con la birra. E una canzone come “Nothing To Do With Love” è nella migliore tradizione hard rock, percorsa da riff minacciosi e una voce che fa la sua porca figura. Alla quarta tappa del disco troviamo la ballata “Makes Good Sense”, un pezzo su cui incombe lo spettro dei Black Crowes, punto di riferimento imprescindibile per un certo tipo di rock, mentre solo qualche ascolto dopo troviamo le rotolanti atmosfere hard blues di “She’s Cold!”. Nel mezzo di Chess Hotel la canzone omonima: breve, tosta, incisiva e dannatamente cool. È un disco solido questo, omogeneo nel sound e nell’attitudine a scrivere materiale in gran parte roccioso e ruspante, sporco delle proprie radici. Americane ovviamente. Un’eccezione “Bring Me Your Tea”, una scarna country blues ballad che profuma di Delta del Mississippi, e qualche rock song più raffinata come “I Left My Body And Never Came Back” o “The Towers & The Trains”. Per il resto, aspettatevi un disco come sarebbe uscito da una session alcolica tra gli ultimi Black Rebel e i White Stripes meno modaioli: sporco, onesto e sudato. L’ultimo episodio del disco è la delicata ballata acustica “I’ve Been Wrong”, poi qualche secondo e parte la ghost track “I Am The World” in versione acustica. Brividi e voglia di prendere una chitarra acustica o un’armonica per sentire il blues dentro. Importa poco se è roba già sentita, se l’hanno suonata trent’anni fa o se adesso sono di moda Strokes e simili: per chi ama il rock blues, l’hard rock e il southern rock questo è un disco che vale la pena provare. Senza indugi. Perché alla fine, lo abbiamo detto migliaia di volte, “it’s only rock and roll (but I Like it)”.
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22/09/2006 -
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