|
La prima impressione che se ne riceve è quella d’un gran guazzabuglio, una sorta di minestrone bollente nel quale sono stati messi a cuocere i più svariati linguaggi musicali sotto forma di compendi, non soltanto stilistici, di tutto ciò che la ditta McLaughlin è stata in grado di sfornare nel corso degli anni, dalle prime esperienze ardimentose con la Mahavishnu Orchestra, alle fresche e scintillanti partiture meditative degli Shakti, fino alle più recenti realizzazioni discografiche, non sempre del tutto convincenti. Una gran quantità di citazioni e rimandi al glorioso passato, che tuttavia è stata sapientemente infarcita di sperimentazioni elettroniche con, in aggiunta, una definitiva spolverata di sonorità metalliche, dal retrogusto avveniristico, inconfondibilmente “industriale”, giocata su di un piano ascetico, teso e problematico. L’album può apparire, di primo acchito, alquanto ambivalente, nel senso di una facile, persino disinvolta “oscillazione” da un passato remoto, quello degli anni ‘60/70, che videro l’irresistibile ascesa della Mahavishnu Orchestra, ad un futuro dai toni cupi ed opprimenti, entro aree cromatiche che sembrano emergere da tele di Hugh Hopper e Sironi oppure rammentarci gli incubi metafisici dei monaci Zen davanti ai loro giardini di sabbia e sassi. Inoltre, i ritmi irregolari, i contrasti di luce, il virtuosismo e le asperità tipiche di questo modo di suonare, cui siamo peraltro abituati dai tempi di “Birds of Fire”, acquistano in questo caso uno spessore del tutto inatteso. Se dunque, come è stato osservato da alcuni critici, vi sono, in termini concettuali, molti echi di cose già viste o ascoltate, che rendono la musica a tratti prevedibile e inferiore all’attesa, è anche vero che l’album trabocca di intuizioni, sonorità decisamente “tecnologiche”, moderne, che allargano a dismisura il ventaglio espressivo del musicista britannico, immergendoci in un autentico florilegio di stili e idee, dal cui pur inevitabile disordine emergono nonostante tutto importanti orientamenti tematici, attinti dalla migliore tradizione jazz, classica e contemporanea; un’aggressività, un’urgenza che ci fanno definitivamente dimenticare l’ultimo “Remember Shakti” - alquanto scialbo e conformista a dire il vero - ponendoci piuttosto di fronte a un musicista che, nonostante tutto, ha ancora un’inesprimibile tensione interiore da comunicarci e una personalissima rappresentazione del mondo. Nutrito, oltre all’organico, lo stuolo di musicisti che lo accompagnano, dal grande Bill Evans a Zakir Hussain, da Tennis Chambers ad Ada Rovatti, e via di seguito. Cinque brani sono dedicati peraltro a grandi artisti e personalità contemporanee: Jaco Pastorius (For Jaco), Wayne Shorter (Wayne's Way), Michael Brecker (To Bop or not to Bop), Carlos Santana (Senor CS) e il Dalai Lama (Dear Dalai Lama). In questo CD gli assoli di chitarra di McLaughlin ricordano molto da vicino quelli di “Inner Words”; spirali melodiche che si inerpicano al cielo come “uccelli di fuoco” (è in definitiva la lezione di Stravinsky) o ancora temi costruiti sulla falsariga del celeberrimo “Meeting of the Spirits”, con alterazioni ritmiche che producono un progressivo slittamento verso la parte centrale della composizione, interamente occupata, tra l’altro, da una magistrale esibizione di Bill Evans al pianoforte. Evans e McLaughlin suonano all’unisono, in perfetta “simmetria”. Qualcosa, come ho già detto, ricorda la prima Mahavishnu Orchestra, ma il debito maggiore è verso la seconda, quella degli anni ’80: una formidabile sovrapposizione di schemi, una fusion di forte impatto comunicativo, energia allo stato puro, attraversata da voli mistici, ascese vertiginose e, soprattutto, quella che potremmo definire una vera e propria predilezione per le doppie percussioni e le sonorità acute. Le linee generali sono infatti le stesse: due batterie e acuti che aggrediscono l’orecchio, come in alcune vecchie composizioni di Jean Luc Ponty. Toni indubbiamente “familiari”, che pur tuttavia contrastano con le su menzionate sfumature “dark industrial” e con quella martellante mistura di sequenze ritmiche e percussive che conferiscono all’album un respiro del tutto particolare, irrequieto e spasmodico. Il ritmo è “programmato”, oserei dire “cibernetico”. McLaughlin suona la chitarra in modo discontinuo, frastagliato, spesso in coppia al sinth (interessanti le possibilità “timbriche” offerte dal MIDI, che creano un effetto decisamente “alieno”, un sound elettrico duro e spigoloso). Eppure McLaughlin non si smentisce: come ai bei vecchi tempi, la velocità dell’esecuzione produce un’irruenza sonora che lascia esterrefatti, intontiti, e che tuttavia non sfocia mai nel caos, bensì nella “chiarezza” (la cosiddetta “Inner mounting flame”), con la quale le note vengono prodotte sulla chitarra: stacchi netti, inconfondibili, alla Shakti. “The Lotus of Peace” ne è un classico esempio, uno di quei “canti” meditativi che ispirano purezza e concentrazione. Tutto considerato, per chi ha amato e continua ad amare questo musicista, “Industrial Zen” non è soltanto un album da non gettare via, ma è forse, sia pur con le evidenti contraddizioni, uno degli “sforzi” migliori dell’ultimo McLaughlin, tutto teso a sperimentare nuovi opportunità espressive. Egli scava in profondità nel passato, senza perdere di vista il presente, che cerca di cogliere comunque con strumenti moderni e uno stile che ancora una volta ci sorprende per genuinità e onestà di intenti. Probabilmente, parlare di innovazione e originalità è forse un azzardo, ma non del tutto immotivato, considerato che John McLaughlin cavalca la scena da più di 30 anni e continua a farlo con sempre rinnovato vigore. Ciò che abbiamo fra le mani è una testimonianza di vita, un viaggio attraverso il tempo e lo spazio, attraverso la musica e la storia, un’interpretazione della realtà che è totalmente radicata nel presente. Un’opera piena di contrasti dunque, per certi versi persino difficile e rischiosa, ma nonostante tutto viva e pulsante, checché se ne dica.
|